Il villaggio TCI per orfani di guerra: Boarezzo, una storia dimenticata tra i boschi.

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Vandalismo dentro agli edifici, come sempre accade.

Al termine del primo conflitto mondiale non è facile immaginare quante e quali fossero le difficoltà a cui il nostro Paese dovette andare incontro. Si mobilitarono per il futuro dell’Italia associazioni, aziende, benefattori e comuni cittadini – ognuno a suo modo e secondo le proprie risorse. Si parla molto della guerra, e così poco di ciò che venne dopo: la ricostruzione, opera d’arte realizzata a più mani, imperfetta e bellissima come la spontaneità dei moti popolari. Si narra spesso dell’Italia combattuta e contesa – ma poco si narra di quell’Italia che, alla fine di tutto, si fermò per contemplare il disastro e rimboccarsi le maniche per lavorare spalla a spalla. La storia che raccontiamo oggi è di quelle tristi e belle contemporaneamente – quelle storie che nascono da dolore e se lo portano dietro ovunque, traendone però forza d’animo e insegnamento.

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La fontana, circondata da bimbi allora – ed ora deserta. Per le fotografie storiche e per ulteriori dettagli si rimanda alla pagina facebook https://www.facebook.com/ilcuriosonevarese/ e al portale http://www.valganna.info

Siamo a Boarezzo, frazione di Valganna, comune montano del Varesotto. La guerra è terminata ed ovunque ci si giri è la povertà a farla da padrone, ché come sempre chi ci rimette di più non è chi di più possiede. Il Touring Club Italiano, TCI, da tempo raccoglie denaro per i soldati, destinandolo a diverse iniziative – soprattutto all’invio di pacchi con generi di conforto per i soldati al fronte. Ci son però 74.000 lire circa alla fine della guerra che si vogliono destinare ad un’idea grandiosa: costruire una struttura per ospitare i bambini che la guerra ha reso orfani, gracili, poveri. Un progetto enorme e dispendioso, che nonostante il contributo del TCI non sarebbe possibile senza la buona azione del commendatore Chini, imprenditore di zona, il quale dona volentieri per la causa 32.000 metri quadrati di terreno e bosco.

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L’ingresso del Villaggio, allora ed ora. Vi si leggeva: LA PATRIA MADRE QUI’ ACCOGLIE
LE FANCIULLEZZE CHE SOFFRONO
PERCHE’ NATURA LE TEMPRI
AI FINI DELLA VITA IMMORTALI.

Sebbene nel 1919 il villaggio per gli orfani sia ancora solo un’idea, nel 1921 già apre i battenti: questo grande risultato è possibile grazie alla gara di solidarietà che il Touring scatena tra i propri soci, che accorrono numerosissimi a compartecipare alla spese. Un bel cancello sormontato da un arco accoglie ogni anno i piccoli ospiti che lo varcano, per correre poi sul largo viale sino alla piazzetta con la fontana – primo centro, per così dire, del piccolo villaggio. Accanto alla fontana sorge nel 1928 una piccola baita in legno, chiamata capanna Silva, utilizzata soprattutto per il deposito della legna. Da lì altri viali si snodano portando alle tre villette, così vengono chiamate: gli edifici preposti ad ospitare i bambini.

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La piccola cappella, allora ed ora.

L’ultima piazzetta del villaggio, che ospita anche l’edificio della Direzione, è dedicata a Benito Mussolini. Da qui si giunge, percorrendo una bella rampa, alla cappelletta-chiesetta del villaggio (aggiunta nel ’22) e all’edificio che funge da piccolo ospedale, nato grazie al contributo di Federico Johnson, imprenditore e socio fondatore del TCI. Aprendo una breve parentesi, ci piace ricordare che il TCI o Touring Club Alpino italiano nasce nel 1894 come Touring Club Ciclistico Italiano dall’unione di cinquantasette velocipedisti italiani: tra loro spicca Luigi Bertarelli (che si occupa in prima persona della creazione del Villaggio di Boarezzo), personalità conosciuta inoltre per aver curato compilazione della Guida d’Italia del Touring Club Italiano edita in 17 volumi a partire dal 1914, della Carta d’Italia del Touring Club Italiano in 58 fogli e dell’Atlante Internazionale del Touring Club Italiano.

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Il locale mensa, allora ed ora, vuoto ma chiaramente riconoscibile.

Nel 1922 il Villaggio si arricchisce di un nuovo edificio e di nuovi impianti, dalla cabina trasformatrice dell’energia elettrica alla installazione della luce, dalle docce all’orto, dalla cinta in ferro spinato del parco alla stalla per le mucche, dalla lavanderia al cinematografo, e per finire (come sopra menzionato) della cappella: una vera città in miniatura. Nell’edificio centrale, i cui interni sono facilmente riconoscibili anche oggi, si trova il locale mensa: facile immaginarlo risuonare delle risa dei bambini, forse finalmente felici – sebbene solo per qualche breve attimo – nell’aver la pancia piena in anni in cui nulla è dato per scontato.

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Epoche a confronto.

Negli anni il villaggio comincia a fungere anche da colonia invernale, ed ha un ruolo importante anche nella campagna antitubercolare promossa dal Fascismo. Rimane attivo sino al 1986, anno in cui chiude i battenti, singolarmente in ritardo rispetto ad altre strutture adibite a colonie. Oggi il villaggio, che per qualche anno ha avuto un custode, è abbandonato ed è stato anche vandalizzato dai soliti noti con scritte sui muri ed abbandono di rifiuti. Dal 2016 l’area risulta in vendita per un milione e mezzo di euro, destinazione d’uso: settore ricettivo e turistico.

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Il salone mensa che versa nell’abbandono.

Ed ancora una volta, temo, rimarremo a bocca asciutta davanti all’inesorabile opera di rovina del tempo. Mi sovvengono tutti quei nomi incisi nelle numerosi lapidi in marmo, sulle pareti degli edifici del villaggio: persone a me sconosciute, benefattori, che con le loro risorse hanno permesso ai più bisognosi di vivere dignitosamente dentro a queste stanze. Ora, in loro memoria, cosa rimane? Solo quelle lettere ormai scurite dal tempo, che qualche animo amante dell’Italia minore scorge per caso durante una passeggiata in montagna. E’ dignitoso? E’ giusto, che questa grande opera di bene finisca nel nulla, inghiottita dalla natura, lentamente, insieme alla gratitudine? Penso a quei bambini, che oggi non ci sono più: sono sicura che protesterebbero a gran voce, che vorrebbero difendere il piccolo recinto di umanità che ha tentato di separarli dalla crudeltà del mondo. E’ ancora una volta la memoria la chiave di tutto: vogliamo davvero dimenticare chi siamo stati?

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L’ingresso della prima villetta.

4 pensieri riguardo “Il villaggio TCI per orfani di guerra: Boarezzo, una storia dimenticata tra i boschi.

  1. buongiorno, è stato bellissimo leggere la storia della colonia, io sono una di quelle bambine che negli anni 70 vi ha soggiornato, tantissimi ricordi, vederla oggi così mi spezza il cuore, ma incuriosita andrò a farci un giro portando i miei figli e racconterò a loro una parte della gioventù della loro mamma. grazie di cuore per questi ricordi. Laura

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    1. Salve Laura. Io sono Marta, una ragazza di 19 anni e sto facendo una ricerca per l’Università riguardante questo posto. Volevo chiederle se fosse disponibile a lasciare qualche testimonianza per arricchire la nostra ricerca. Spero che mi risponda e mi possa aiutare con questo progetto.
      Grazie

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    2. Ciao Laura, mi permetto il saluto confidenziale poichè anche ho trascorso il mese di luglo nella Colonia e proprio nello steso decennio: le gite al fortino, lo spaccio con gli strudel, la colazione con latte rovente e il pane, quella sorta di cameratismo paramiltare fra le varie camerate… etc.
      Quello che ora mi sfugge erano i nomi delle camerate dei differenti padiglioni… ma quanti ricordi.

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