Cascina Onofria, la lotta di un uomo solo contro il tempo.

Lago di Garda, Sirmione. Impossibile non conoscerla, è una delle località in assoluto più famose della zona. E’ un sabato mattina assolato di una primavera non ancora sbocciata, quella del 2018. Sono a caccia di storie da raccontare, perlustro con lo sguardo i dintorni della Statale Brescia-Verona. Difficile trovare abbandoni, si penserà. In un’area a così forte richiamo turistico, che di anno in anno aumenta il suo prestigio – tralasciamo questo 2020 che, ahimè, vedrà scenari diversi a causa dell’emergenza in corso. La Statale costeggia il lago e, dal lato opposto, i meravigliosi vigneti che producono i vini celebri della zona. Tutto è curato, ma intravedo una torretta tra la boscaglia che richiama la mia attenzione.

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Il cartello all’inizio della strada.

Il cartello all’inizio della stretta stradina sterrata mi informa che siamo in Via Onofria. La cascina porta il medesimo nome, come scopro poco dopo. Una Fiat arranca sullo sterrato, dopo che un anziano signore ha aperto il lucchetto che chiude la catena. Mi avvicino e chiedo gentilmente se la cascina sia di sua proprietà. E’ un uomo di quelli di una volta: volto segnato dal sole e cappello calato sullo sguardo, una certa rugosa diffidenza iniziale, che si scioglie al vedere che il mio interesse è proprio la storia del suo luogo del cuore.

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Dall’ingresso principale.

Ci presentiamo e comincia a lamentare immediatamente i furti subìti: hanno persino – racconta – tentato di rubare a martellate il marmo che incornicia la porta d’entrata. Si rammarica che non ce l’abbiano fatta, perchè per come stavano lavorando l’architrave sarebbe caduta loro direttamente sulla testa. Certe volte ci rammarichiamo anche noi, già.

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Vista dal cortile interno.

No, non è il proprietario, ci dice. Era un locatario, la sua famiglia è cresciuta lì. Gli brillano gli occhi: è venuto grande in quel cortile, tra gli animali, i lavori agricoli, le ore scandite dalle fatiche della campagna. Fatiche che rimpiange di non poter più affrontare data l’età.

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Uno dei numerosi camini.

Il complesso della cascina ha circa 600 anni, ed è uno dei pochi nella zona ad essere rimasto apprezzabile – nonostante i parziali crolli e le asportazioni di materiale. C’era persino la filanda, ci indica la stanza dove venivano tenuti i bachi da seta. E poi le cantine, il pozzo. L’orologio è sparito, insieme a tutte le decorazioni. Un uomo non può tutto contro il malcostume e la delinquenza. La chiesetta è ancora riconoscibile, priva dell’altare – che però si trova al sicuro, fortunatamente, in una frazione vicina.

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La piccola cupola della chiesetta.

Non faremo il nome del custode, per ovvie ragioni di privacy. Mi mostra una crepa enorme nel granito sopra una porta: sono state le bombe, dice. Durante la Seconda, se lo ricorda bene quel giorno. Nella sua voce sento le emozioni di tutta una vita: una vita di quelle semplici, genuine, vissute con la terra tra le mani. Io sono cresciuta con un piede in una realtà del genere, non solo comprendo il dolce amaro del suo ricordo: lo sento mio. E cosa fa qui di prima mattina? Semplice, viene a fare la guardia. Col bel tempo e col cattivo tempo. Perchè qualcuno si sarà anche dimenticato di queste pietre, di queste volte, di questi muri scrostati. Qualcuno, certo, ma non lui. E no, non ci sta a vedere tutto che va a remengo.

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Vista da sotto uno dei crolli.

Così dopo l’alba arriva davanti al portone. C’è una sedia, quando il tempo è buono si mette al sole. E vigila. Contro i ladri, anche se ormai non c’è nulla da rubare. Contro i vandali, che ci sono sempre. Contro il tempo, il nemico più invisibile e deleterio. La storia di quest’uomo mi ha profondamente toccato. Attento e amorevole come un vecchio cane da guardia, sempre fedele alla sua terra e quella che è stata per molti anni la sua casa. C’è il lampo della sfida nei suoi occhi, l’età non lo ha spento del tutto. Mi sembra una roccia, fa parte di Cascina Onofria tanto quanto il granito, il mattone, l’erba, la terra. Tanto quanto il gatto bianco e nero che gli fa compagnia.

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La vite si arrampica sino alle finestre.

Cascina Onofria è tra i luoghi del cuore del FAI. Scopro che c’è un piccolo gruppo di privati che tengono molto alla lotta contro il suo abbandono. Non ho molte altre notizie, mi basta tutto quel che vedo negli occhi malinconici che ho davanti. C’è il forte desiderio di lottare contro gli anni che passano e che lasciano segni, sia su Cascina Onofria che sulla sua persona.

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Pericolo!

I luoghi mettono radice nel cuore di chi li ha amati e vissuti, hanno una propria controparte invisibile nell’anima di queste persone, un’immagine speculare che non risentirà mai dell’incuria del tempo. Fortunatamente ad oggi, giugno 2020, la proprietà si sta interessando a più progetti di riqualificazione per l’area (terreni e stabili compresi). Sono diverse le ipotesi per un utilizzo futuro, sicuramente data la bellezza del luogo io vedrei personalmente molto vantaggioso un restauro che strizzi l’occhio al fiorente turismo della zona. I meravigliosi vigneti circostanti potrebbero fare il resto, offrendo una proposta magari agrituristica che si coniughi alla passione per l’enologia. E chissà che anche il nostro uomo solitario non faccia in tempo a sorridere felice davanti ad un nuovo futuro che schiude sul passato. Vi terremo aggiornati se ci saranno novità a sviluppi, come cerchiamo sempre di fare – nella speranza che le nostre siano sempre storie a lieto fine.

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La torre dell’orologio.

 

 

 

 

 

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