Colonia Scarciglia: una finestra vista mare

1921, e quando altrimenti. Sempre quelli sono gli anni in cui fioriscono in tutta Italia le colonie, sotto l’egida del fascismo. La Colonia Scarciglia – che prende il nome dal suo donatore – non fa eccezione, ma mette insieme con la sua storia due punti fondamentali delle campagne del Duce: viene concepita infatti per ospitare, durante le vacanze, i figli dei malati di tubercolosi. Sorge sulla meravigliosa Punta Meliso, sotto il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae e vicino alla Colonna che segna la fine dell’acquedotto mussoliniano.

Un Dio unico per tutti nel degrado della Colonia

il 1922 vede le Suore Salesiane dei Sacri Cuori prendere possesso e gestione della nuova struttura, per dedicarsi alla cura dei bimbi ivi ospitati. Sulla storia della Colonia si trova davvero poco: durante e appena dopo la Seconda Guerra Mondiale è utilizzata come ospedale per ospitare e assistere i profughi dei campi di concentramento; in attesa del ritorno nei rispettivi paesi d’origine. Questa è una realtà forse poco conosciuta dai turisti, ma a Leuca in questi anni di guerra è attivo il Camp 35 – un vero e proprio villaggio che ha salvato la vita e l’anima a moltissimi reduci della Shoah.

L’unica mezza porta rimasta in piedi.

L’efficiente ospedale d’appoggio è appunto allestito presso la Colonia Scarciglia ed è utilizzato anche dai profughi dei campi vicini, in particolare per le maternità – tanto che i bambini nati in quegli anni dai profughi accolti in Salento sono spesso chiamati nati a Leuca [https://www.visitjewishitaly.it/listing/lospedale-della-rinascita/]. E cosa mai ci si potrebbe aspettare dal finibus terrae, se non proprio questo – un punto di incontro, di svolta, di mescolamento di civiltà e religioni e credenze. E’ l’anima del Sud, lo è sempre stata. L’anima di qualsiasi porto di mare, abituato a dare e ricevere – come l’onda, che arriva e poi se ne va.

In una foto d’epoca, ecco com’era.

Poi di colpo sono gli anni ’60, l’abbandono, il degrado, la decadenza. Storie già masticate, già lette, già viste. E dopo? Di proprietà del Demanio, rimane in abbandono fino al 1996, e ceduta alla Provincia due anni dopo. Nel momento della cessione, il ministero delle Finanze precisa la destinazione d’uso – utilità sociale – e vende a un miliardo e mezzo di vecchie lire. Si fa qualcosa? No. Arriva il 2002, un bando di gara decide di affidare a un soggetto privato la struttura per la realizzazione di un Museo – contropartita allettante, la possibilità di realizzare contemporaneamente una struttura alberghiera. Vince la società Apuliae, amministrata da Fabrizio Quarta, con un progetto di beauty farm a cinque stelle e nel 2004 partono i lavori: si deve sventrare l’intera struttura interna mantenendo, però, la bella facciata fascista. 

Occhi sul Mare.

Un sopralluogo dei carabinieri del 2005 mette fine al sogno: sigilli al complesso più inchiesta per abusivismo edilizio. Risultato? Tutti assolti. la società Igeco, arrivata seconda al famoso bando di gara, richiede che la struttura possa essere affidata a loro. Si apre contemporaneamente un contenzioso tra Provincia e Demanio – è mio, è tuo, di chi è ormai questo luogo che non solo è abbandonato ma sventrato, ferito, deturpato nella sua natura? Come ho detto, storie già masticate – di quelle che non finiscono mai, e soprattutto mai bene.

Santu Alessandru canta pro nobis

Tant’è che se è vero che nel 2018 il Comune riesce a metterci le mani, siamo di fatto ancora qui a guardare quel muro. Ah, si è fatta avanti una nuova società – milanese questa volta, con un altisonante nome straniero – per vedere di realizzare una qualche altra supermegagalattica costruzione chiavi in mano. Contenzioso permettendo, ovviamente. Intanto a noi rimangono queste finestre vista mare, che sono tutto ciò che resta di una storia stuprata – insieme ai ricordi di chi vi ha vissuto, insieme agli sguardi di chi da qui è ripartito. E se anche voi vi affacciate sul nulla a guardare lo stesso mare, tra lo sciabordio delle onde – forse – tutte quelle voci le potete ancora sentire.

Finestre come occhi.

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