La Miniera Torgola, un dinosauro di cemento e lamiera.

La miniera Torgola occupa all’improvviso la visuale dell’automobilista sulla SP 345, lo obbliga a rallentare, molte volte a fermarsi del tutto a bordo strada. Dopo un tornante, salendo poco oltre la miniera Alfredo (di cui abbiamo parlato nel precedente articolo), compare senza preavviso – come in un gioco di prestigio. Le sue strutture di superficie sono imponenti, occupano tutto lo stretto orizzonte di questa angusta valle dove scorre il torrente Mella. Sì, anche oggi ci troviamo in Val Trompia e, più precisamente, nel comune di Collio.

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Torniamo nel XV secolo: qui alla Durgola – così chiamata prima dell’attuale denominazione – si estrae argento, nonostante le miniere della zona siano quasi tutte votate all’estrazione del ferro. I documenti evidenziano che nel XVII secolo la presenza di vene argentifere viene sfruttata dagli incaricati del Duca di Mantova.

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Dopo quello che si evince esser stato un periodo di inattività, i lavori riprendono nel 1718 grazie alla scoperta di un’ulteriore vena ad opera di Stefano Manfredini. Sembra contemporanea a questa riapertura la nuova denominazione di Torgola.
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Verso gli anni ’60 del 1800 la competitività delle tecniche di estrazione e dei macchinari utilizzati in Val Trompia è ormai quasi nulla. Nonostante il tentativo di rilancio della società inglese The Brescia Mining and Metallurgical Co.Lim. si arriva, nel 1904, alla chiusura di tutte le miniere della Valtrompia. Qualche anno dopo la società Martelli tenta una nuova strada: la coltivazione della fluorite – materiale impiegato nell’industria del vetro, degli smalti e nella siderurgia.

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La vera e propria rinascita della Torgola si deve però alla Società Anonima Mineraria Prealpina, che entra in possesso della miniera nel 1935. Non si risparmia sugli ammodernamenti tecnologici, vengono realizzate le strutture amministrative e gli uffici che ancora oggi possiamo notare a sinistra della strada.

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La domanda di fluorina è altissima e la risposta della Valtrompia è pronta: inizia un periodo di grande ed intensa attività, le miniere garantiscono lavoro e sicurezza economica a tutti gli abitanti dell’area circostante. Basti pensare che molte sono le commesse del Governo degli Stati Uniti d’America, il lavoro assolutamente non manca.

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Segue un periodo di gloria purtroppo non così lungo come si potrebbe sperare. I successivi passaggi di mano della proprietà coincidono con il declino, dovuto in gran parte alla diminuzione drastica della domanda. Già negli anni ’70 alcuni lavoratori vengono messi in cassa integrazione, i costi sono vertiginosamente aumentati e solo le battaglie dei minatori prorogano per alcuni anni la chiusura.

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Prima la società Montecatini Edison, poi la Fluormine S.p.a. ed infine la Prealpi Mineraria di Zogno non riescono ad impedire l’inevitabile: nel 1999 la Torgola, rimasta l’ultima miniera attiva in Valtrompia con ormai soli 30 dipendenti, chiude i battenti per sempre. IMG_4032_edited-01.jpeg

Oggi questa miniera è un mostro di lamiera e cemento addormentato, in attesa di un destino sconosciuto che sembra non svelarsi mai.  La Torgola pare invitare chi vi si vuole avventurare ad andarsene via, a non sfidare le sue mirabolanti e pericolanti strutture sovrapposte in un intrico di piani e passaggi che non si riescono nemmeno a contare. Le finestre rotte riflettono il sole, che di rado inonda tutta la valle. Sembrano occhi dagli sguardi spezzati.

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Nelle strutture a destra della carreggiata si trovano ancora gli impianti di lavorazione, nei quali si può seguire idealmente il percorso del materiale estratto affidandosi alle rotaie solo parzialmente scomparse. L’abbandono relativamente recente permette di ritrovare in loco ancora mobili, scaffalature, attrezzi.

20171007_174346-01.jpegAll’ingresso, come per la miniera Alfredo, troviamo una piccola portineria dove fa sfoggio un’immagine religiosa rimasta assolutamente intonsa. Negli edifici a sinistra della strada troviamo lo spogliatoio, dove alcuni caschetti sono stati riposti su una scrivania come in attesa che qualcuno torni a prenderli e calcarseli sulla testa. Le panche, i ganci nel muro per appendere gli abiti e delle vecchie stufette elettriche completano lo scenario.

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Negli uffici non c’è che da spalancare gli occhi: computer, fotocopiatrici, scanner, macchine da scrivere. Tutta la tecnologia precedente al 1999, al vostro servizio. Decine di copie del contratto nazionale del lavoro risalente al 1979 sono sparse per una delle stanze.

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Tutto giace immobile e sospeso, come se da un momento all’altro qui fossero andati a casa tutti dopo una normale giornata di lavoro e, semplicemente, non fossero più tornati. Come potrebbe succedere a noi, come potrebbe succedere a chiunque.

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