Strano come l’abbandono delle strutture industriali spesso sembri meno affascinante, meno interessante rispetto agli altri. Io ne subisco invece il magico richiamo, proprio perchè spesso – se non parliamo di fabbriche antiche, le cui strutture sono importanti anche come possibile recupero storico – queste realtà abbandonate vanno di pari passo con il degrado, con storie di fallimenti, di malaffare. L’umano molto, se non troppo, umano. Il degrado andrebbe studiato, fenomenizzato, meglio definito e declinato in quanto forma del nostro essere-nel-mondo che disprezziamo ma che, in fondo, sempre accompagna la civiltà ovunque essa vada. Lo percepisco dunque non come accessorio ma come integrante rispetto all’esperienza umana: quasi fosse uno spurgo, un’emissione di rifiuto necessaria e non contingente. Qualcuno dice che durante il sonno il cervello ci libera dalla “spazzatura” emotiva… penso il degrado come corrispettivo di questa funzione, in un certo senso. Ci torneremo, ma oggi voglio mostrarvi questo gigante abbandonato che proprio di degrado mi parla. Siamo in Puglia, e questo era un tempo un grande calzaturificio.

La mia fotografia risale all’anno 2022, oggi – per approfondire vi invito a visitare il sito http://www.ilgallo.it – il complesso è al centro di un progetto di recupero e sostanzialmente non esiste più, essendo stata abbattuta l’ultima palazzina nel 2023. Quando me lo sono trovata dinanzi io era uno scheletro di cemento, un colosso stagliato contro un cielo così blu da sembrare quasi crudele nel suo contrasto col grigio. Sotto il sole bruciante di fine giugno, che già soffoca, già intorpidisce la mente a quelle latitudini, il gigante sembrava quasi accecare. Nudo, eppure così dignitoso nella sua grandezza. Un cancello aperto con una guardiola oramai vandalizzata in tutti i modi lasciava accedere al piazzale; a sinistra si trovava l’edificio che potete vedere nella foto sopra – a destra invece quello che potete visionare qui sotto.

La storia di questo luogo, apparentemente spoglio, divenuto rifugio – come spesso accade per questi luoghi ove la trama del reale si assottiglia – per writers, buontemponi, persone in cerca di intimità per una dose – è in verità la storia di un grande sogno. La storia è quella di Antonio Filograna, meglio conosciuto come “Mesciu Ucciu”: un umile ciabattino di Casarano, che divenne imprenditore di successo e leader del settore e che, come tanti, credette nel suo sogno ed iniziò a coltivarlo nel 1948 in un monolocale. Nel 1968 Mesciu Ucciu non era più un semplice ciabattino: aveva fondato la Filanto Spa, sostanzialmente una delle realtà occupazionali salentine più importanti del Dopoguerra, con una produzione giornaliera di 55mila paia di scarpe e un fatturato di 325 miliardi.

Lo stabilimento di Patù aprì negli anni Settanta occupando 1500 addetti, un dato importantissimo per l’economia locale. La realtà industriale della Filanto fu molto particolare: Piero Montinari, presidente di Confindustria Puglia nel 2010, disse che la prima volta che andò alla Filanto ci dovette arrivare attraverso una strada sterrata, in mezzo al deserto. Questo “scollamento” è stato subito percepito anche da me, che avevo percorso quella strada – non più sterrata ma deserta sì – nel nulla; per approdare poi ad una realtà che sembrava totalmente impermeabile al contesto. Questa distanza siderale tra la balena di cemento e i campi assolati e bruciati dal sole dovrebbe far comprendere alcuni particolari atteggiamenti – lo Stato era molto lontano da lì, in tutti i sensi.

Forse fu per questo che, negli anni ’70, in pieno clima di lotte sindacali, furono gli operai (e non la proprietà) ad esporre un manifesto dal titolo “lasciateci lavorare”, quando sindacalisti e dirigenti politici cercavano di entrare in fabbrica. Forse era la percezione di questa distanza dalle istituzioni, anche da quelle che avrebbero dovuto tutelare i lavoratori. I salentini ci pensarono da soli, fieri di quell’opportunità e di quel calzaturificio, sino a quando la concorrenza cinese non li mise in ginocchio. La Filanto fu una realtà “altra” come spesso è il Sud; viaggiò spesso fuori dai binari – a volte anche da quelli della trasparenza, in un mondo dove sicuramente chi gestiva un così grande potere economico non poteva non avere voce in capitolo anche sul piano politico. E lo ebbe. Luci ed ombre; come spesso in quegli anni avveniva… contrasti resi ancora più acerbi dalla fame che Patù, Casarano ed altri paesini della zona ricordavano molto bene. Una fame con la quale non pagavi né prestiti né mutui.

Nella giornata del 6 agosto 2024, in occasione del 13° anniversario della scomparsa del fondatore della Filanto, l’Amministrazione Comunale di Patù ha deliberato di intitolare al Cav. Antonio Filograna la strada che collega Patù a San Gregorio, lungo la quale ha avuto sede lo storico calzaturificio. Un uomo sicuramente coraggioso, determinato, dal grande spirito imprenditoriale ed anche – spregiudicato; come molti, o tutti, gli imprenditori di quegli anni. Per otto mesi, dal 13 novembre 1980 al giugno 1981, fu stato vittima di un sequestro: la famiglia pagò 1,5 miliardi di lire ma i suoi rapitori chiesero un nuovo riscatto e, giusto per essere più convincenti, tagliarono il mignolo della mano sinistra dell’industriale. Il dito venne fatto ritrovare vicino all’autostrada Lecce-Brindisi, contenuto all’interno di un thermos.

Vedete cosa nasconde il “degrado”? Storie su storie, che si muovono sempre sulle sfumature del grigio, quando non finiscono per un attimo nel nero più completo. Sono le storie che vanno ricordate, anche quando – o soprattutto quando – i luoghi che ne son stati teatro vengono distrutti per far posto al nuovo, al meglio, al progresso. Più che giusta la riqualificazione: ciò che mi preme è che quando si buttano giù con le ruspe le palazzine non si faccia altrettanto coi ricordi – quelli belli, e quelli brutti. Che sono tutti parte di quella storia finita nel “degrado”, fine forse inevitabile di ogni grande esperienza umana, come inevitabile è la morte.