Viaggio nelle gallerie abbandonate: la miniera Alfredo in Val Trompia

Entrare in una miniera abbandonata è un’esperienza intensa. Anche in stato di non abbandono, la miniera non è un ambiente amico: il buio, l’aria rarefatta, l’odore intenso della terra e della roccia, l’umidità che non lascia tregua.

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Le gallerie che si stringono scendendo nelle viscere della terra, la luce che si allontana fino a scomparire. Esplorare un contesto simile dopo anni di chiusura totale significa dover prestare molta, molta attenzione ad ogni passo che si compie: è con questo stato d’animo che si va a scoprire la Miniera Alfredo, sopra Bovegno (provincia di Brescia).

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La Val Trompia è sempre stata terra di miniere e di estrazione. Tra il XV e il XVIII secolo vi sono attestate 26 miniere attive: si estrae piombo, argento, ferro. Soprattutto quest’ultimo, che si estrae in gran quantità, permette lo sviluppo in valle di numerose attività collaterali – siderurgia, lavorazione dei derivati, manifatture.

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È a Gardone Val Trompia che sorge nel XVI secolo, solo per fare un esempio, la fabbrica d’armi Beretta – che non tutti sanno essere così antica, e che già precedentemente alla rivoluzione industriale si era dotata di un’organizzazione tale da precorrere notevolmente i tempi. 20180203_142513-01.jpeg

Oggi ciò che è visibile risalendo lungo la strada tra Collio e Bovegno è quel che resta delle miniere nate agli inizi del 1800, dopo la rivoluzione industriale. Delle più antiche non rimane traccia se non sulle carte e, come possiamo immaginare, nel sottosuolo.

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Progressivamente risalendo la strada, costeggiando il torrente Mella le cui acque sono appunto sfruttate dalle miniere, sono tre le gli stabilimenti estrattivi che ancora si possono scorgere: la già nominata Miniera Alfredo, la Torgola (della quale ci occuperemo nel prossimo articolo) e la Sant’Aloisio, trasformata dopo la ristrutturazione in sede del Parco Minerario dell’Alta Val Trompia.

Francesco Glisenti, originario della zona, nel 1873 apre una nuova galleria nel Comune di Bovegno: la galleria denominata Alfredo ha uno sviluppo di circa 260 metri e nasce con lo scopo di permettere il raggiungimento di alcune disagevoli gallerie scavate molto tempo prima. Nei pressi dell’imbocco si situano anche una polveriera e due forni di torrefazione – che saranno ingranditi nel 1875.

20180203_143518-01-01.jpegDopo un periodo di inattività cominciato nel 1943, la miniera Alfredo riprende negli anni ’50 l’estrazione sotto la guida della società Ferromin (gruppo ILVA) e si arricchisce nel 1954 con la costruzione dei forni di torrefazione a nafta.

Questi forni, che permettono un rendimento altissimo, sono contemporaneamente fortuna e sfortuna della Alfredo: dopo qualche anno di grande produttività infatti, a causa dei quantitativi di materiale estratto e trattato di molto superiori al periodo precedente, la vena si esaurisce completamente e la miniera viene chiusa ed abbandonata. Negli anni ’80 e ’90 sono state smantellate la maggioranza delle rotaie.IMG_5160-01.jpeg

Nessuno sa precisamente quante gallerie ci siano da queste parti. Chi ha amato IT di King potrà forse ricordare queste parole: stiamo parlando di qualcosa come quattro o cinque chili di disegni finiti nel nulla fra il 1937 e il 1950. Voglio dire con questo che nessuno sa dove vadano tutte quelle dannate gallerie, né perché.
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Dentro questa stretta e fredda valle è così che stanno le cose, lo testimoniano le stesse squadre di speleologi che si sono avventurate sotto le rovine delle strutture di superficie. Del resto, è dal 1974 che i carrelli della miniera Alfredo sono fermi: dopo anni di alterne vicende, dopo un momento di gloria con circa 300 dipendenti, i suoi battenti sono stati definitivamente chiusi.

All’ingresso si viene accolti dalla piccola portineria, appena precedente gli altissimi silos dove viene stoccato il materiale pronto per la spedizione. Accanto, ecco il grandissimo forno di torrefazione; realizzato dalla Italforni di Genova nel 1954. Superando un piccolo ponte sul Mella, si arriva all’ingresso della galleria di carreggio (quota mt 650): è chiuso da una porta in ferro, che si apre senza opporre resistenza.

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I binari corrono dentro e fuori dalle strutture fatiscenti dove il materiale estratto viene lavorato. In alcuni punti non si scorgono ormai più le rotaie, mangiate dal muschio e dalla ruggine.

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Il locale compressori e la cabina elettrica conservano ancora i loro macchinari, un cartello informa su come comportarsi in caso di incidente.

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Seguendo la vecchia linea elettrica, a fatica lungo il ripidissimo pendio della montagna, si arriva alla piccola stazione della funicolare situata a monte.

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Dove il terreno spiana, superando gli alberi che ormai si stanno riappropriando di ciò che è stato loro tolto, si trovano i resti di un paio di banconi da lavoro vicino ai canali di scolo. Poco lontano, enormi cancelli chiudono malamente due gallerie. L’imbocco è ampio, ma una volta entrati è facile sentire le pareti stringersi addosso.

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Ecco, questo è l’accesso al mondo sotterraneo.

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