Appuntamento al Forte di Monte

 

Il sole sta tramontando, l’aria è molto fredda. Regna un grande silenzio. Non così era nel ’44, quando la US Air Force bombardò il forte durante la battaglia del Brennero. Non così era nemmeno nel ’45, quando un cannoneggiamento delle truppe anglo-americane distrusse le mura sia interne che esterne. Ma  ora, ora regna quel silenzio che solo nei luoghi abbandonati trova una consona dimora.

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Edificato tra il 1849 e il 1852 allo scopo di proteggere il confine austriaco, il Forte Monte sorge nella zona strategica della stretta dell’Adige dove passano la strada del Brennero e la ferrovia. Per raggiungerlo in auto sono tanti i tornanti da affrontare, ci si inerpica rapidamente e subito ci si rende conto della strategica visuale che da lì si può godere. Anche il forte Wohlgemuth a Rivoli Veronese e il forte Hlawaty a Ceraino dovevano servire al medesimo scopo. Voluto dal feldmaresciallo Radetzky, faceva parte di un più ampio progetto di fortificazione della zona di Verona e territori limitrofi. Fu progettato dall’Imperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni di Verona e i lavori furono diretti dal Genio Militare; fu intitolato al generale austriaco Anton Von Mollinary.

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Nel 1884 fu ammodernato, in quanto giudicato idoneo dal Regio Esercito del Regno di’Italia – che si era nel frattempo esteso anche al Veneto. Fu utilizzato nella seconda guerra mondiale, ma probabilmente abbandonato dai tedeschi già nel 1944 – quando la zona si sapeva soggetta ad intensi bombardamenti. Oggi il terreno dove sorge è di proprietà privata, il tutto versa in un completo stato di abbandono. Eppure è un luogo dove ancora vengono in tanti, soprattutto – come noi – al tramonto.

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E’ straordinario vedere il popolo della sera aggirarsi tra gli scheletri di queste mura. Ci sono coppiette innamorate, che scelgono gli angoli più appartati per tenersi per mano e contemplare in silenzio il sole che scende. Ci sono compagnie intere, che con qualche birra si siedono con le gambe penzoloni nel vuoto – ad assaporare uno spazio altro, riservato, dimenticato. Uno spazio dove sentirsi liberi, e dove anche a quindici anni non appare così poi ridicolo lasciarsi andare a pensieri pseudo filosofici. Sarà questo panorama che toglie il fiato, questo rosso che incendia la linea dell’orizzonte punteggiata dalle pale eoliche.

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Infine ci sono i fotografi. Si trascinano dietro enormi manfrotti, zaini pesanti di obiettivi e di filtri. Sono silenziosi, gelosi dei loro appostamenti. Qualcuno ha un thermos di tè caldo per ingannare l’attesa del momento magico da immortalare. In tutto questo ci sono io, armata di una banalissima Canon Eos 1200D, da usare a mano libera, non ho nemmeno portato il cavalletto. Ero ancora nell’era ingenua in cui credevo si potesse ottenere uno scatto decente senza bisogno di nulla – povera creatura. Sarà questa assenza di attrezzature a mia disposizione, ma mentre gli altri trafficano con mille parametri io me ne sto semplicemente incantata dinanzi a questo spettacolo. Che non è solo uno spettacolo della natura; è soprattutto uno spettacolo di umanità. Sì perchè siamo qui, in quasi venti persone, nel medesimo luogo senza che nessuno si sia accordato per questo silente appuntamento. Siamo qui per il misterioso richiamo che luoghi come questi sanno ancora lanciare, nonostante il nostro Stato – e i singoli proprietari – facciano a volte di tutto per scoraggiare il loro canto.

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Signore e signori, dovrete impegnarvi di più per fermare gli uomini e le donne che ancora sanno tendere l’orecchio alla bellezza. Noi non ci scoraggeremo, non ci fermeremo, non resteremo fuori da vostri spazi malamente delimitati. Continueremo a fotografarli, scrivere di loro, darne notizia. Continueremo ad essere scomodi, laddove gradireste una cortina di silenzio che copra convenientemente il vostro disinteresse. Non saranno i vostri malandati cartelli di divieto ad arrestare il nostro passo, solo il recupero può placare la nostra sete. Solo vedervi fare, sentire il vostro impegno. Sembrerà strano ma ci sono ancora molte persone cui è cara la storia del nostro Paese. E queste persone non vogliono veder perduti luoghi come questo, dove spesso si adoperano anche con iniziative di volontariato per evitare situazioni di abbandono ancora più gravi. Non vedete che, nonostante tutto, ci sono più persone qui in un gelido sabato sera che al bar del paese? Non dovrebbe questo essere spunto di riflessione per chi fa orecchie da mercante? Non potrebbe – azzardo – persino suggerire un buon investimento economico? Qualsiasi sia la vostra risposta, siate certi di una cosa sola… come Odìsseo, non cesseremo – sebbene legati – di voler rischiare pur di ascoltare il canto delle Sirene.

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