Sciesopoli e i “bambini di Selvino”

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Ho introdotto ieri l’altro una storia per me particolarmente importante e cara, che vorrei raccontarvi con calma. Per questo vi chiedo di non leggere questo post di fretta: sedetevi, ritagliatevi un momento di tranquillità.

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Siamo a Selvino, in Val Seriana- provincia di Bergamo: un paese che attualmente conta circa duemila anime. Giriamo le lancette dell’orologio del tempo, torniamo agli anni ’30. C’è un progetto curato dall’architetto Vietti Violi in collaborazione con l’ungherese Benko: si deve costruire, proprio a Selvino, la colonia fascista più bella d’Italia. Deve fungere da palazzo dello sport e centro di educazione per atleti, nella pratica poi ospiterà per le vacanze i figli dell’alta borghesia fascista del milanese.

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Sciesopoli, così la chiamano in onore di Amatore Sciesa – eroe risorgimentale caro alla propaganda fascista. Sciesopoli è bella ed è all’avanguardia: 17.000 metri quadrati di parco, una piscina riscaldata che al tempo pareva un sogno, cinema, dormitori comodi e caldi. Viene inaugurata l’11 giugno 1933, durante gli anni della seconda guerra mondiale è affidata alla gestione delle Suore Zelatrici del Sacro Cuore di Milano che vi accolgono i bambini gracili. Ma cosa accade alla fine del conflitto?

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Accade che la Brigata Ebraica, dopo aver setacciato l’est Europa recuperando orfani ebrei scampati ai campi di sterminio, necessiti di un luogo dove sistemarli provvisoriamente in attesa di preparare per loro qualcosa di inimmaginabile: un futuro. Personaggio chiave di questa vicenda è Moshe Ze’iri, un “ebreo che combatte” – e non solo con le armi.

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Moshe nasce nella Galizia orientale ed emigra successivamente in Palestina per inseguire il sogno di una patria ebraica, ma col conflitto mondiale si arruola volontario nel Genio militare britannico: il soldato Moshe risale tutta l’Italia, dalla Puglia al nord, combattendo i tedeschi. Nella vita civile è un educatore e teatrante, un uomo colto e forte, il cui spirito insegue la visione di un “ebreo nuovo” – vigoroso, forte, combattente. Sarà proprio a Moshe che la comunità ebraica di Milano, agli albori della riorganizzazione post conflitto, affiderà la carica di Direttore della colonia alpina di Selvino, trasformata su due piedi in rifugio per accogliere i circa 800 orfani ebrei.

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È così che proprio il fiore all’occhiello della propaganda fascista si trasforma tout court in un luogo di accoglienza e rinascita per coloro che proprio il fascismo aveva schiacciato. Qui gli orfani arrivati direttamente dall’Inferno vengono scaldati, rifocillati, curati, istruiti e riportati alla vita. Il meraviglioso libro di Sergio Luzzati intitolato I bambini di Moshe ci racconta una storia amara e splendida contemporaneamente. Sì perché i bambini di Selvino, chiamati così dai compaesani, arrivano in questo luogo di pace con un carico di traumi indescrivibile e Moshe, nonostante gli sforzi immani, si ritroverà consapevole che dal passato in fondo non si può mai guarire.

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Nonostante questa amara conclusione, gli anni dei bambini di Selvino hanno il sapore di anni felici: c’è da mangiare, la mattina si studia e il pomeriggio i maschi giocano a calcio con i compaesani italiani. Gli ebrei parlano tedesco, polacco, arabo – e come dichiara Walter Mazzoleni, che all’epoca ha sei anni ed è il figlio del custode Angelo, in bergamasco ci si intende.  Le ragazze ebree prendono il sole accanto alla piscina, ed anche questo i ragazzini se lo ricordano bene. Insomma, si vive. Spesso anzi in un dopoguerra difficile alla colonia si trova più da mangiare che fuori – ed il cibo viene condiviso con la gente del paese. Arrivano ai bambini di Selvino le donazioni degli ebrei di tutta Europa.

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Il modello educativo proposto da Moshe si propone di insegnare ai bambini mestieri utili, mescolando lo studio al gioco. Soprattutto, agli orfani di Selvino si deve insegnare di nuovo a vivere, ad avere un’identità. I bambini imparano la lingua ebraica, cantano le loro canzoni, celebrano le funzioni. Si preparano ad emigrare nella Terra Promessa, prima illegalmente sulle cosiddette “navi della speranza” – in un momento storico in cui lo Stato di Israele non è ancora riconosciuto dalla risoluzione ONU – ed infine nel 1948, con il riconoscimento ufficiale, si concludono i rimpatri e Sciesopoli rimane silente e vuota. Dopo essere stata usata ancora per bambini poco fortunati, finisce all’asta negli anni ’90 ormai in rovina: viene acquisita da una società immobiliare che vuole trasformarla in albergo, ma a tutt’oggi Sciesopoli è lì – invasa da rovi, rifiuti, rottami. Dimenticata, rifiutata, calpestata.

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Prossimamente oltre che pubblicare nuove fotografie racconterò del bellissimo incontro vissuto con uno dei “bambini di Selvino”, poi intervistato da chi di Sciespoli cerca di occuparsi da sempre per preservare la Memoria. Vi invito fin da ora sul loro sito, http://www.sciesopoli.com , per documentarvi esaurientemente su una storia troppo spesso dimenticata.

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