Italcementi, la cattedrale grigia di Alzano Lombardo

Archi, colonne, volte. Buio. Tutto è ricoperto dalla fine polvere grigia del cemento. La roggia Morleo scorre proprio qui accanto, indispensabile negli anni per l’approvvigionamento idrico del cementificio. Silenzio, un silenzio sacrale. Da tempo ormai non risuonano più i passi frettolosi ed operosi dei 400 lavoratori che qui si muovevano tra il calore e la polvere.

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Questa cattedrale che ha i camini al posto delle guglie incute timore e riverenza. L’opera dell’uomo si mostra imponente, materica, concreta. E nello stesso tempo le vertiginose altezze ne smussano la staticità, donano eleganza e slancio verso l’alto proprio come in una Notre Dame dimenticata.

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La Italcementi di Alzano Lombardo non è un impianto dismesso come tanti: è un’opera d’arte, un monumento a cielo aperto. Nata negli anni ’70 dell’ottocento, l’attività del cementificio “Fratelli Pesenti fu Antonio” viene condotta dalle sapienti mani dell’ingegner Carlo Pesenti e inizialmente si fonda sulla produzione di cementino a lenta presa.

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Negli anni successivi vi si aggiunge la produzione di quello a presa rapida e dal 1884, grazie alla costruzione della ferrovia nella valle, il mercato aumenta considerevolmente. Si cominciano ad aggiungere all’originaria struttura altri edifici adibiti a magazzini, dove vengono stoccati i sacchi di materiale; alla gamma di prodotti si aggiungono il Portland e il cemento bianco che verrà chiamato proprio Bianco Alzano.

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Sul finire del XIX secolo si costruisce un meraviglioso stabile in stile moresco, oggi ripristinato dopo un attento restauro che ha permesso di ricavarne uffici, negozi e loft.

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L’edificio moresco dopo la ristrutturazione

 Negli anni successivi nuove strutture vengono costruite ed affiancate o sovrapposte alle precedenti, la risultante è un complesso di geometrie affascinante ed unico. La pregevole architettura del cementificio ha portato ad una segnalazione all’Unesco, nonché all’iscrizione nella lista dei fabbricati più importanti dell’Archeologia Industriale italiana.

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L’edificio moresco prima della ristrutturazione

Nel 2001 la società Fabrica S.R.L. ha investito nella ristrutturazione di uno dei due principali corpi del cementificio, oggi vi troviamo persino uno spazio polifunzionale adibito spesso a Galleria e Museo ove trovano spazio diverse mostre temporanee.

Purtroppo l’altra ala è caduta completamente nell’oblio. Dopo la dismissione degli impianti, cominciata nel 1966 con lo spegnimento dei dodici forni e terminata nel 1971 con la chiusura definitiva, sono stati asportati tutti i macchinari – venduti a peso come mero rottame – che un tempo l’avevano resa un colosso mondiale. Per qualche anno il cementificio è stato visitabile, per piccoli gruppi, attraverso visite guidate con annessa spiegazione del percorso produttivo del cemento.

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Oggi tutto tace, e gran parte delle strutture comincia ad essere ingoiata dai rovi. All’interno, un pannello illustrativo del politecnico ci mostra come potrebbe diventare questa immensa struttura se fosse oggetto di restauro – si tratta di uno studio effettuato anni or sono.

IMG_6976_risultato.pngSembrerebbe peraltro che, proprio nel gennaio di quest’anno, sia stato annunciato un prossimo piano di recupero da ben 40 milioni di euro: ci si propone di recuperare quest’ala della struttura trasformandola in un polo della formazione terziaria, con laboratori, uffici, sale riunioni, auditorium e spazi di studio.

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Se tutto ciò trovasse realizzazione, l’area dell’ex cementificio potrebbe diventare un punto di riferimento non solo per Bergamo ma anche per Brescia e Lecco – e, mi sento di aggiungere, sarebbe un esempio di come veramente sia possibile un recupero storicamente corretto e contemporaneamente funzionale alla società delle nostre aree dismesse.

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*** english version below

Arches, columns, vaults. Darkness. Everything is covered by the fine gray powder of the cement. The Morleo canal flows right near the plant, indispensable during the years for water supply. Silence everywhere, the industrious steps of the 400 workers don’t ring out anymore. Men’s work here is impressive, material, concrete. And at the same time the vertiginous heights smooth the static, give elegance and vertical momentum just like in a forgotten Notre Dame. Italcementi, located in Alzano Lombardo (north of Italy), is not a usual disused plant: it is an open-air monument. Born in the seventies of the nineteenth century the activity called “Fratelli Pesenti fu Antonio”, a cement factory, was carried out by the expert hands of the engineer Carlo Pesenti and was initially based on the slow setting cement. In the following years they added to the production the quick-setting one and from 1884, thanks to the construction of the railway in the valley, the market increased considerably. They began to add to the original structure other buildings used as warehouses, where the bags of ready material were stored; the range of products was completed with the Portland cement and the white one that will be called Bianco Alzano. At the end of the nineteenth century, a wonderful Moorish-style building was added to the plant, now it has been restored to obtain offices, shops and lofts. Year after year new structures were built, the result is a fascinating and unique complex of geometries. The valuable architecture of the cement plant has led UNESCO to protect it as an important monument of the Italian industrial archeology. In 2001 the company Fabrica S.R.L. invested in the restructuring of one of the two main buildings of the cement factory, today we can find even a multi-functional space often used as Gallery and Museum where several temporary exhibitions take place. Unfortunately, the other building was completely forgotten. After the decommissioning of the plants, begun in 1966 with the switching off of the twelve kilns and finished in 1971 with the definitive closure, all the machines – sold as mere scrap – which had once made it a global colossal were removed. For a few years, the cement factory was visited, for small groups, through guided tours with an explanation of the cement production. Today everything is silent, and most of the structures begin to be swallowed by brambles. Inside, an illustrative panel of the university shows us how this huge structure could become if it was the object of restoration – it is a study carried out years ago. It seems, however, that this year a new recovery plan of 40 million euros will start: the building could be transformed it into a cultural center with laboratories, offices, meeting rooms, auditoriums and classrooms. It would be a good example of how a historically correct recovery of our abandoned areas is really possible, being a the same time useful for society. 

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