Il dopolavoro: un viaggio all’indietro nel tempo.

Dopolavoro: la parola stessa, pronunciata oggigiorno, significa poco per chi non ha vissuto appieno almeno almeno gli anni ’70. Oggi abbiamo la possibilità di compiere un vero e proprio salto nel passato, visitando un luogo abbandonato che ci riporterà alle atmosfere che furono.

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In questo meraviglioso spazio c’era la sede di una tra le molte associazioni dopolavoristiche italiane, che per molti anni hanno ricoperto un ruolo importante per la cultura, l’aggregazione sociale, lo scambio di idee politiche e non.

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Occorre tener presente che fino all’800 associazioni simili non esistevano, in quanto mancava in primis una coscienza di classe che ne costituisse la premessa. Con la formazione di quest’ultima andarono nascendo le prime organizzazioni operaistiche europee, cui seguirono le italiane Società di Mutuo Soccorso e Società operaie di Mutuo Soccorso: è chiaro che lo scopo di queste forme embrionali non fosse ricreativo, serviva ben altro – formare una consapevolezza, migliorare condizioni di lavoro e alleviare la miseria dilagante nella classe operaia.

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Inizialmente queste furono associazioni sfumate, dove non si distinguevano chiaramente attività sindacali ed attività culturali; il passo verso queste ultime fu mosso proprio in vista del risolvere l’ignoranza in cui spesso le classi operaie versavano. I circoli ricreativi non erano una novità nemmeno nell’800, ma mai fino a quel momento erano esistiti per chi non rientrasse in nobiltà o borghesia.

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Nel 1925 in Italia nacque l’assai famosa O.N.D., Opera Nazionale Dopolavoro: nel primo biennio d’infanzia questa associazione fu presieduta dal Duca d’Aosta. Oltre al compito di migliorare le condizioni lavorative, si puntava sull’organizzazione di sport, escursionismo, attività didattiche, gite turistiche, educazione artistica con fruizione di concerti, spettacoli teatrali e film, corsi serali per analfabeti… e potremmo andare avanti parecchio, perchè di obiettivi l’O.N.D. se ne pose davvero molti ed ebbe grande successo.

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Durante il fascismo ovviamente passò sotto il controllo del regime, ma a fianco della – non inaspettata – politica di indottrinamento continuò comunque ad incrementare l’offerta di servizi al popolo. Chiaramente agli scopi sopracitati si aggiunse quello di mantenere un certo controllo su qualsiasi forma di associazionismo, evitando così che potessero nascere focolai ribelli e tentando di infondere soprattutto nei giovani un grande sentimento di orgoglio nazionale. Durante gli anni del fascio le attività ricreative sorpassarono quelle culturali: non dimentichiamo che l’ideale promosso era quello dell’uomo sano, forte ed atletico – in quest’ottica si inserirono anche i progetti delle colonie e dei Balilla.

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Accanto ai dopolavoro maschili non tralasciamo quelli femminili, dove ci si concentrava soprattutto sul ricamo, il cucito, il rammendo – sui tipici lavori femminili insomma, cogliendo l’occasione per celebrare frattanto il ruolo di donna come madre di famiglia, colei che si prende cura delle mura domestiche e di chi vi risiede.

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Dopo il ’45 naturalmente le associazioni dopolavoristiche tornarono, per così dire, sul libero mercato. Nacquero molti dopolavoro privati, organizzati da grandi aziende per offrire surplus ai propri dipendenti e facilitare la cooperazione tra direttori ed operai; furono fondate anche molte associazioni dopolavoristiche di settore (es. il dopolavoro ferroviario). L’Opera del Dopolavoro divenne ENAL, Ente Nazionale Assistenza Lavoratori: la sua struttura era costituita da una presidenza nazionale, un ufficio regionale e, in ciascuna provincia, da un ufficio provinciale. Le attività promosse erano le più svariate: colonie per i figli, facilitazioni commerciali e sanitarie, spettacoli culturali, gare sportive e musicali, buoni di acquisto. Insomma, l’ENAL tentò in qualche modo di essere una porta di accesso al mondo per i meno fortunati.

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E poi? Poi, nel 1978, l’ENAL fu soppresso. Si può forse dire, sicuramente semplificando, che aveva ormai esaurito la sua funzione. La tendenza a de-centralizzare fece sì che si prediligessero attività locali indipendenti invece che grandi sovrastrutture centrali. Negli stessi anni, infatti, assistiamo anche alla nascita delle Unità Sanitarie Locali, le famose USL che poi divennero ASL – e che in parte si caricarono di funzioni che svolgevano i dopolavoro. Anche le associazioni private, sia dopolavoristiche che assistenzialistiche, si andarono sciogliendo negli anni ’70 per la maggior parte.

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Abbiamo ripassato un poco di storia, ora entriamo in questo dopolavoro dimenticato. C’è un piano sgangherato, i tasti bianchi e neri che sembrano nella penombra il ghigno di una strega.

20190425_112459-01.jpegEppure una volta han suonato, suonato forte, suonato da morire. Qui si ballava, si beveva, si facevano ampie giravolte tra un tavolino e l’altro – magari fermandosi per sorseggiare una cedrata o una gazzosa.

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C’era il cinema, per evadere dalla monotonia del quotidiano. Bastava sedersi su queste poltrone, lasciare da parte tutto il resto e via: ecco la prepotente musica di Ben Hur, il ritmo delle galee trascinarci al largo. Eravate schiavi con lui, oppure stavate cantando con Debbie Reynolds e Gene Kelly Singin’ in the rain? I segni degli anni ’50 qui sono ovunque. Sono nelle riviste dimenticate, nei poster dei film appena usciti. Nei registri dei biglietti venduti e dei posti occupati.

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C’è una sala bar dove campeggia un’insegna Coca-Cola piuttosto vetusta. Su un divanetto circolare, sicuramente non più attuale, un gatto mummificato sembra letteralmente urlare al mondo il proprio disappunto per esser trapassato in un luogo così demodé. Sul palco ligneo una sedia se ne sta in disparte, sola tra i pesanti tendaggi che aprivano e chiudevano le scene. Sembra dirci: vedete cosa è rimasto? Solo io. Di tutti i fondoschiena arroganti e non che ho ospitato, alla fine, non serbo che il ricordo lontano – loro morti, io viva. Perché alla fine, vale la pena dirlo, le cose ed i luoghi spesso ci sopravvivono. E vanno avanti a raccontare di noi, anche senza il nostro consenso. Come questo triciclo dimenticato in mezzo ad una stanzetta del secondo piano: chissà chi è il bimbo che vi ha pedalato felice, chissà se c’è ancora e se ancora ricorda quei lunghi pomeriggi assolati, ad aspettare un “Gino, c’è pronto, vieni a tavola”.

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In cima alle scale la vecchia insegna al neon del cinema è l’ultimo baluardo di un’epoca davvero finita. Nel sottotetto adiacente carte e carte ed ancora carte; vecchi manifesti di serate danzanti, pubblicità di prodotti oggi assolutamente dimenticati. Eppure io mi sento a casa, come sempre in questi luoghi che silenti sembrano stare ad attendermi. Le bottigliette di gazzosa in dispensa mi occhieggiano, complici: forse mi siederò anche io sulla sedia del palco, ad ascoltare note immaginarie con un bicchiere in mano. Alla salute, Amarcord.

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*** ENGLISH: Today we visited an abandoned working man’s club. In Italy the first places like this one were born around the Twenties, when there was enough class consciousness – before they were reserved just for the nobility and bourgeoise. In this club there were a cinema, a theatre, a piano bar. Everywhere you can find tickets for the old movies, it’s some kind of leap into the past. The piano is still there, you can easily imagine those long evenings spent listening to the Platters or someone else. In the food storage you can still find old bottles of soda and lemonade – brands are no longer existing.  Up the stairs there is the old neon sign of the cinema, now broken but still charming. The theatre is the best preserved place, with all the wood chairs still there and the coloured custains on the scene. Unfortunately, in the breakfast room, a poor cat lies mummified on the old sofa. Maybe he/she was searching for a quiet place to die. In another little room, a dusty tricycle seems to remind us of our forgotten childwood. Who knows what kind of life is now living his owner. On a table, you can find a magazine that is still produced today: its name is Mani di fata, it means “fairy hands” and it was (and it is) about embroidery and knitting. During the Seventies this kind of places closed, because people were able to organize and choose how to spend their free time without needing a state organization.

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