Ma-la-sanità? Malasanità: il caso di Garbagnate.

A.A.A. investitori cercasi, il comune di Milano vuole disfarsi della patata bollente costituita dall’ex Ospedale Santa Corona di Garbagnate Monastero. Nell’avviso si legge:

“un complesso architettonico di 24mila metri quadrati inserito nel Parco regionale delle Groane e circondato da strade, viali, giardini e bosco. La struttura fu realizzata dal Comune e utilizzata dal 1910 come sanatorio per i malati di tubercolosi. Il complesso ospedaliero è interessato da vincolo storico e architettonico sulla maggior parte della porzione edificata e da vincolo paesaggistico e forestale per la parte verde.”

Ma di cosa parliamo? Di un vero e proprio gioiello liberty, l’ospedale Santa Corona sito nelle vicinanze di Milano – nella cornice verdeggiante ed ahimè degradata del Parco delle Groane, tristemente noto come bosco della droga e teatro di altri spiacevoli fatti di cronaca. Questo ospedale, nel quale peraltro ho avuto occasione di recarmi personalmente per un esame diagnostico nel 2010, è completamente abbandonato dalla sua dismissione avvenuta nel 2015.

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Sorprendentemente, proprio dietro questo enorme complesso il cui stato di degrado peggiora di giorno in giorno, sorge niente meno che il nuovo ospedale – costruito nel 2011 e completato nel 2014. Sembra che in questi quattro anni, trascorsi dall’inizio dei lavori del nuovo complesso alla completa dismissione del vecchio, nessuno abbia impiegato il suo tempo riflettendo sul futuro del Santa Corona – tant’è che siamo qui, nel 2019, con tanto di bando aperto e (conviene sottolinearlo) solo dopo la mobilitazione di cittadini e forze politiche. 

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Non sarà facile trovare un futuro per questo complesso, perchè è sottoposto a vincoli che ne impediscono lo stravolgimento e ne limitano la destinazione d’uso; inoltre gli anni di abbandono lo hanno trasformato in bivacco costantemente frequentato da drogati, spacciatori, ladri di rame e chi più ne ha più ne metta.

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Dimenticavo senzatetto e – ebbene sì – spiritisti, come si evince da una notizia di cronaca riportata da ilnotiziario.net nello scorso maggio: parrebbe che la Chiesa incorporata nel complesso in abbandono sia niente meno che un luogo privilegiato per prender contatto con l’aldilà.

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Riportiamo testualmente le dichiarazioni del comitato 5stelle che si è messo in campo – tra gli altri – per smuovere le acque sull’argomento ospedale Santa Corona:

“Siamo andati a vedere lo stato di degrado e abbandono di questo splendido edificio, un gioiello dell’architettura liberty che ha funzionato a pieno regime fino a 3 anni fa e che ad oggi è preda dei vandali e dell’incuria. Crediamo che la costruzione del nuovo ospedale sia stata uno spreco di denaro pubblico che ha avuto anche un impatto ambientale non indifferente su quest’area, dato che per costruire il nuovo complesso di edifici è stata abbattuta la porzione di parco retrostante la vecchia struttura.”

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Non sta alla sottoscritta esprimere giudizi in merito alla costruzione del nuovo ospedale, ma invito chi volesse ad approfondire la questione a cogliere gli spunti che il web generosamente offre in merito. Noi siamo qui per parlare della struttura dismessa, per quanto la mia vena polemica talvolta sia difficile da domare.

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L’ospedale Santa Corona non nasce come Santa Corona e nemmeno come ospedale – e voi direte: cominciamo proprio bene. Ebbene, partiamo dall’inizio e torniamo a quando il Parco delle Groane non era che un’immensa area verde totalmente vergine ed intonsa: siamo agli inizi del secolo scorso, ed a Milano come pressoché ovunque imperversa il “male sottile”.

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Parliamo della tubercolosi, cancro degli anni che furono: i dati sono allarmanti, a Milano tra il 1850 e il 1900 si registrano 46.000 vittime. Il Comune incarica l’architetto Ferrini di progettare un moderno sanatorio atto ad accogliere le vittime di questo male e così capiente da poter gestire la situazione emergenziale: la delibera del progetto risale al 1911, ma solo nel 1924 la struttura comincia ad adempiere pienamente alla sua funzione.

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Si tratta di un complesso meravigliosamente strutturato: i padiglioni penetrano le pinete lasciando ampio spazio a grandi vetrate e terrazze ben esposte, tutte le costruzioni convergono verso un centro simbolicamente occupato dalla bellissima chiesa. E’ una vera e propria cittadella, collegata al centro abitato da un viale alberato lungo un chilometro e mezzo – abbastanza lontana per la sicurezza dei sani, abbastanza vicina per la necessità dei malati. Viene intitolata a Vittorio Emanuele III, e come stupirsene in quegli anni.

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Sebbene la denominazione esatta del sanatorio sia quella sopra riportata, già dal principio un’altra nomenclatura più meritocratica si fa strada in Milano: sanatorio Guido Salvini. Chi era costui – verrebbe da dire citando I Promessi Sposi?

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Guido Salvini è un medico speciale, ma ancor prima di questo è speciale come uomo. Presta servizio al sanatorio ed insieme alla moglie Maria, sua grande sostenitrice intellettuale e morale, fronteggia la tubercolosi a viso aperto e non teme di sporcarsi le mani. Gira nel milanese col suo calesse, non attende che siano i malati a giungere presso il suo domicilio: li precede, recandosi nelle loro cascine, per portare cure e conforto.

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E’ un tisiologo che non effettua mai nella sua vita una visita privata, ritenendo questa modalità non compatibile con la missione pubblica che gli è stata affidata. Trascorre la maggior parte del suo tempo dentro le stanze affollate delle cascine di quegli anni, dove in una sola camerata si riuniscon tutti, davanti al fuoco, nel tentativo di dimenticare per un attimo il freddo e la fame e gli stenti e la povertà e la malattia.

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E’ la vita di questo secolo malandato, tra due guerre che affamano, coi polli così magri che a stento ci si mangia un boccone per uno. E le bocche son sempre tante, anche quelle che tossiscono. In questo vivere insieme di campagna si condivide tutto, tubercolosi compresa. Si è abituati così, la morte non è – ancora – diventata uno spauracchio: è un fatto normale della vita. Come urinare, spellare i conigli, svezzare i bambini o mungere le vacche all’alba.

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E chissà che il dottor Salvini non trovi anche conforto e comprensione in questa commistione coi ritmi della natura. Quel che è certo è che è instancabile: accompagna la famiglia in villeggiatura ma mai si ferma con loro, il dovere e la sua missione lo chiamano – o sarà quella polvere di campagna, che una volta entrata dentro agli occhi brucia così tanto da non lasciarsi dimenticare.

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Saranno quegli occhi disperati di contadina, mesti e spauriti. Sarà quell’umanità sudata e sporca ma così viva, così vera, così meritevole d’essere salvata. Guido Salvini è sicuramente un uomo che in cuor suo ha fatto un voto: a chi o cosa non ci è dato saperlo, ma che sia un eroe del quotidiano nel suo tempo – questo non solo lo sappiamo, ma è doveroso sottolinearlo.

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Durante il secondo conflitto mondiale presso il sanatorio si attiva un Gruppo Resistente di medici ed infermieri in appoggio dei Partigiani locali. Il 4 novembre 1944, dopo un rastrellamento, le SS ed i fascisti destinano gli arrestati ai campi di sterminio. Il dottor Salvini resta in questo mondo giusto il tempo di veder finire la guerra, nel 1946 spira senza vedere il sanatorio prendere il suo nome – la denominazione cambia ufficialmente nel 1955.

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Fino agli anni ’70 del Novecento il Salvini funziona sia come sanatorio che come ospedale, per poi procedere solo con quest’ultima destinazione d’uso. Nel 1998 viene istituita l’Azienda Ospedaliera e prende il nome di Santa Corona, dal Pio Istituto che già da anni se ne occupava.

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Credo che le fotografie che vi hanno accompagnato sin qui nella lettura si commentino già da sole senza ulteriori parole. Le attrezzature mediche presenti sono numerose e molte erano in buono stato all’epoca degli scatti: sedie a rotelle, lettini, materassi, stampelle, carrozzine – senza nominare le apparecchiature per esami diagnostici.

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Molto difficile che nulla di tutto questo fosse recuperabile. Più difficile ancora che la scelta di abbandonare così tutto questo materiale non abbia significato un grave sperpero economico  – ed il denaro in questione esce sempre dalle nostre tasche al principio di tutto, vediamo di non dimenticarcelo.

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Oggi l’ospedale aspetta, ed intanto muore. La sua decadente bellezza diventa sempre meno recuperabile, ogni giorno che passa senza che i responsabili prendano una decisione. Il sogno di un dottore che ha speso la sua vita per gli altri, il coraggio di chi ha esercitato in anni di buio rischiando la pelle, le urla e la concitazione degli arresti, le morti silenziose dopo così tanto tossire – tutto è ancora qui. Tanto che basta un gioco di luce dietro a un vetro per immaginarsi un rapido passaggio di veli di suore, lo scalpiccio dei loro piedi sui pavimenti cerati, il cigolare delle barelle in corsia: ed è subito Novecento.

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3 pensieri riguardo “Ma-la-sanità? Malasanità: il caso di Garbagnate.

  1. Ma com’è possibile? Io rimango sempre senza parole, abbandonano un posto senza vuotarlo, lasciano brandine e tanto altro, neanche ci fosse stato un terremoto. Sarebbe bello che potesse essere riqualificato per usi culturali ma, come dimostrano i tuoi scritti, sono davvero troppi i luoghi abbandonati 😦

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    1. Purtroppo Daniela da quando coltivo questa passione mi rendo sempre più conto che a nessuno importa nulla del futuro di edifici come questo. Hanno avuto 5 anni per pensarci, se fosse davvero importato a chi di dovere non sarebbe oggi in questa situazione 😦

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      1. Sai 5 anni non sono molti per una città, un’amministrazione (in Italia almeno!). Non dovrebbe essere così ma i tempi sono sempre biblici, anche perchè non ci sono le risorse per tutto e si hanno altre priorità però ecco..l’ambiente e non solo nel senso naturalistico del termine deve assolutamente diventare prioritario. Un luogo del genere non può diventare fuori controllo completamente.

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