Lo scrivo con il trattino perchè lo considero una specifica modalità di essere-mondo o essere-nel-mondo, giocando con Heidegger e a seconda che si parli di luoghi-enti o di persone. Il non-finito mi ha stregata, lo inseguo, cerco continuamente di catturarlo attraverso i miei scatti. Cerco nella fotografia il sovrabbondante ad essa; la parte eccedente – quella che non può appunto in essa esaurirsi, perchè mai terminata, non-finita nell’essenza.

Sulle strade del Canada il non-finito, se possibile, ti precede. La sua forma più semplice è l’in-finito – infinito come la linea di mezzeria, la striscia d’asfalto che non cambia mai, chilometri che inseguono chilometri. Le ho percorse con Nebraska nelle orecchie, ché non si vive di sola filosofia e fotografia. E Nebraska è particolarmente adatto per la sua straordinaria storia di non-finita produzione, nonché per i personaggi che si muovono intorno e dentro a Springsteen in questo album: identità non ben tracciate, ambigue, in parte senza un senso e proprio per questo dotate del medesimo. Del resto, Bruce era non-finito a sua volta – e forse, come molti di noi, lo è ancora.

Altre volte il non-finito è movimento, in una accezione quasi futuristica: è ciò che è sempre in corso, che scorre, il flusso – l’immagine che cattura il moto, ma non lo esaurisce ed anzi perpetua dinanzi agli occhi di chi la osserva l’illusione del suo compiersi finale. Riuscirà primo o poi il piccolo Amish ad afferrare la briglia…? Ed il cavallo a terminare il passo…? La nostra mente non può fare a meno di completare il moto, è un’abitudine di pensiero, un tendere allo scopo. Ma la fotografia perfetta – che non esiste – non sarebbe mai immobile, o condurrebbe a morte certa la sua ermeneutica.

La maggior parte delle volte, però, il non-finito non prende la forma dell’incommensurabilità o del perpetuo ripetersi… non prende proprio forma. Si accontenta, per così dire, di essere pura essenza. Ed è quando penso – umilmente e in modo assolutamente personale e discutibile – di averlo “preso” che mi sfugge, come un’anguilla dalle mani, e mi ritrovo a fissare un uccello immobile sulla carcassa arrugginita di una nave. L’Ontario con le sue gelide acque blu di marzo mi fa accapponare la pelle, la temperatura mai sopra lo zero congela dita, ciglia e respiri. Le cascate del Niagara sono magnifiche nella loro inconsueta invernale veste. Così come le distese di foreste che hanno incorniciato lunghe passeggiate nella neve. Eppure questo scheletro di ruggine, che lento ondeggia e placido pare bastare a se stesso, mi sembra tutt’a un tratto sublime. E nella precarietà di uno stato di dissoluzione ormai pressoché compiuto – ma non ancora – ecco posarsi l’accento di una precarietà aggiuntiva, il volatile che stanco si posa – solo per un attimo. Il temporaneo sopra al temporaneo. E l’abbandono è in fondo così; chi lo fotografa da sempre sa bene che il fatto che sia “immobile” è solo un’illusione – esso è invece la cifra stessa della mobilità, dello scivolare lentamente verso la dissoluzione. Una morte al rallentatore, sempre in itinere.

Ma ancora una volta cerco ancora, e poi d’un tratto comprendo – è il non-finito nel senso di MAI finito nella sua progettualità cui il mio obiettivo sta dando la caccia. Il mai compiuto. Perchè ciò che è in dissoluzione quanto meno “è stato”; ciò che non è mai stato terminato è invece ancora pregno, gravido di tutte le possibilità abortite dell’essere – e nel contempo abbandonato, arreso, languido. Come certi scorci di edilizia abusiva in Sicilia – e non solo. Come certi enormi ecomostri di cemento lasciati lì a metà, scale infinite verso il cielo, tutto in potenza e niente in atto – ma che portata enorme per la fantasia. E come questa casetta brutta ed insignificante, costruita dopo un uragano – Dorothy, non siamo più nel Kansas – e mai terminata perchè infine si decise di ristrutturare la “vecchia casa”. E se ne sta in mezzo a colori spenti, spenta anch’essa, a fissarmi con i suoi infissi sbarrati – ad invitarmi ad entrare, a chiedermi – vieni; a sussurrarmi – vieni; a implorarmi – vieni. Le sue finestre sono occhi ciechi di futuro… ma anche di passato.
E ho trovato ciò che stavo cercando.