Archeologia industriale in Piemonte: lo zuccherificio di Spinetta Marengo

L’archeologia industriale non sorride a tutti. Alcuni, pur amando i luoghi dismessi e le loro storie, faticano a scorgere la bellezza nei siti industriali. Eppure sono luoghi che si portano appresso ore ed ore della vita umana i luoghi di lavoro, spesso trascorse in atmosfere poco salubri e in condizioni discutibili.

L’interno dell’edificio più grande

Di vita, nell’archeologia industriale, ve n’è non meno che nei luoghi abbandonati che erano destinati ad uso abitativo. Oserei persino dire che nelle industrie e fabbriche dismesse si respiri ancora più energia, perché le tante vite strette in forzato contatto quotidiano vi hanno lasciato impronte indelebili – ognuno in fabbrica ha portato dolori, frustrazioni, ribellioni, insoddisfazioni, fatiche dell’anima e del corpo.

Scale che portano nel nulla.

I teatri di una parte così significativa della vita umana non possono che essere a loro volta interessanti, non possono che parlare – coi loro macchinari in rovina, col tubare dei colombi nascosti nelle loro alte campate – della storia del lavoro, della sua evoluzione, delle battaglie portate avanti a sudore e sangue per guadagnare condizioni migliori di vita. Tutto questo penso e sento quando esploro un luogo così; senza dimenticare il genio e l’inventiva – e spesso anche la nobiltà d’animo – di alcuni imprenditori d’altri tempi, espressione di un’altra Italia.

L’esterno degli edifici dello zuccherificio, in parte crollati, in parte mangiati dalla vegetazione.

E con questo stato d’animo vi porto oggi in Piemonte, nelle vicinanze di Alessandria, precisamente nell’imponente zuccherificio abbandonato di Spinetta Marengo. Un’area dismessa di più di 82.000 mq ci attende, col placido silenzio proprio dei luoghi che non solo sono abbandonati, ma lo sono da talmente tanto da non destare nemmeno più la curiosità nello sguardo di chi vi passa accanto ogni giorno. Le porte dello zuccherificio sono chiuse da più di 40 anni.

Prospettive.

Lo zuccherificio era nato nel 1899 come una vera e propria cittadella del lavoro, dotato di molti ambienti ognuno con la propria funzione. La produzione di zucchero da barbabietola si diffuse in Italia proprio a partire dall’800, quando il blocco commerciale imposto dalle Guerre Napoleoniche rese difficile l’approvvigionamento dello zucchero di canna. La coltivazione e lavorazione della barbabietola da zuccherò si radicò bene nel tessuto rurale della nostra Italia di fine ‘800, anzi molti zuccherifici neonati furono davvero il primo vero esempio di filiera agro-industriale organizzata. Durante la mia visita gli uffici, le aree di stoccaggio, i magazzini, gli spogliatoi e le aree di lavorazione si susseguono di edificio in edificio – i più antichi ben riconoscibili dall’architettura industriale tipica dei primi del ‘900, coi loro bellissimi mattoncini rossi.

Giochi di luce sotto ai crolli.

La zona più interessante di tutta l’area è l’enorme laboratorio al secondo piano, dove ancora sono presenti i piani di lavoro ciascuno dotato del proprio lavello. Peccato che qualcuno – come sempre accade- si sia divertito qui e là ad asportare alcune piastrelle. Dal momento che allo zuccherificio non vi sono oggetti asportabili, i segni di vandalismo si limitano – per così dire – ai graffiti. Sicuramente nello stabile più recente qualcuno ha soggiornato, ma almeno una decina di anni or sono, utilizzando le stanze come rifugio di fortuna. Tornando alla storia, lo zuccherificio di Spinetta-Marengo è stato un vero e proprio punto di riferimento per la forza lavoro di tutto l’Alessandrino; per anni.

Il laboratorio, da una finestra nel buio.

La storia dello zuccherificio è legata a doppio filo a quella di Ilario Montesi, grande figura dell’imprenditoria italiana, che nel negli anni ’50 annovera nel proprio portafoglio aziendale la Società Distilleria di Cavarzere, la Società Zuccherificio e Raffineria di Pontelongo e la Société Générale de Sucreries (belga, sotto la cui egida era nato lo stabilimento di Spinetta Marengo). Formalmente negli anni ’50 Spinetta Marengo è ancora proprietà di quest’ultima società, e risulta l’unico stabilimento attivo in Piemonte. Con la morte di Montesi nel ’67 nasce la Distilleria di Cavarzere SPA, nuova entità guidata in un primo momento da Montesi figlio, realtà nella quale confluisce anche lo zuccherificio di Spinetta Marengo.

L’interno del laboratorio.

Come mai poi chiude? Perchè la produzione viene trasferita altrove, e precisamente presso lo stabilimento di Casei Gerola, dato che Spinetta Marengo non viene più considerato al passo coi tempi, ormai obsoleto, mentre Casei Gerola è nel pieno dello sviluppo e vi vengono trasferiti anche macchinari da Spinetta Marengo. Così giungiamo agli anni ’80 con un’immensa area oramai dismessa, in attesa di un futuro che – come si vedrà – non arriva allora e stenta ad arrivare ancora oggi. Progetti di riqualificazione come al solito ve ne sono stati, interessanti in particolar modo le vicende del 2013, che vedono l’area dello zuccherificio trasformarsi – sulla carta – in un centro commerciale ad opera di Coop7 ed Esselunga.

Quel che rimane delle stanze.

L’idea piace poco ai commercianti di Alessandria che intravedono il colpo mortale alle loro attività, nonostante siano d’accordo sulla necessità di recupero dell’area. Il progetto, nato nel 2006, si accompagnava anche a modifiche della viabilità e si inseriva in una più ampia ottica di riqualificazione di diverse aree di Spinetta Marengo. Inutile dire che non si vede nulla ad oggi nell’area dell’ex zuccherificio – nacquero invece delle attività nei dintorni, sotto l’egida di Coop7: un centro benessere, una pizzeria, un ristorante. Coop7, coinvolta anche nello scandalo del progetto di Campione sul Garda (di cui ci occuperemo più avanti) sarebbe dovuta fallire nel 2016 data la sua situazione finanziaria; ma è stata salvata dallo Stato con un intervento ad hoc ed è finita, successivamente, coinvolta nell’inchiesta “Alchemia” per sospetti legami con la ‘ndrangheta.

L’edera si mangia ormai tutto, inquinanti compresi.

Frattanto, si “scopre” nel 2008 – e grazie a rilevamenti effettuati proprio da Coop7 sull’area destinata al suo futuro ipermercato- che il terreno e le falde acquifere sotto l’area dell’ex zuccherificio, ed in misura diversa in tutta Spinetta Marengo, sono inquinatissime. Cromo esavalente, arsenico, piombo, ddt, idrocarburi pesanti e cloroformio; provenienti dagli impianti della vicina ditta chimica Solvay – nata ad inizio ‘900 come parte del gruppo Montecatini – hanno per anni avvelenato la terra e l’acqua.

Portelli dei forni.

In particolare il C6O4, prodotto brevettato dalla Solvay – che aveva garantito di saperlo trattenere con griglie speciali – se ne va a spasso fuori dagli impianti di lavorazione, nonostante le implementazioni dei sistemi di sicurezza. E pensare che questo sarebbe pure il danno minore, rispetto alla pericolosità delle altre sostanze rilevate – ma intanto il C6O4 è stato rilevato persino alla foce del Po’, e non può esservi giunto se non sversato nel fiume Bormida, che passa da Spinetta Marengo.

Strumentazione in disuso.

Nel 2019 si conclude in cassazione il processo per “avvelenamento doloso delle falde e omessa bonifica”, con tre condanne (su otto): due diversi studi epidemiologici condotti dall’Arpa hanno messo in luce che a Spinetta Marengo vi è “un incremento del 19% delle patologie tumorali, in particolare del polmone, della pleura e dell’apparato emolinfopoietico, rispetto al resto del territorio alessandrino e piemontese. Dati che si differenziano a seconda delle malattie specifiche con punte del +75% rispetto ai dati regionali per quanto riguarda i mesoteliomi pleurici e +76% per tumore al rene. Inoltre nei maschi si è riscontrata una incidenza di oltre il doppio per quanto riguarda i tumori epatici e delle vie biliari e nelle neoplasie al pancreas; nelle donne vi è un raddoppio di ricoveri per leucemie. Tra le patologie non tumorali risultano incrementi di ricoveri per malattie dell’apparato cardiocircolatorio, respiratorio e apparato genitourinario. In particolare lo studio sottolinea un +22% di malattie endocrine, +50% di casi di ipertensione, +56% di infarti del miocardio, +29% per insufficienza renale, +36% per malattie ematologiche, +22% di malattie cutanee, e molte altre. Infine, le valutazioni effettuate nel sottogruppo costituito dai bambini hanno messo in evidenza un aumento dei ricoveri per malattie neurologiche con un incremento dell’86%. Per tutte queste patologie si nota un andamento crescente in base alla durata della residenza. Fonte Altraeconomia, disponibile al link https://altreconomia.it/spinetta-marengo-pfas/ .

FFp3 sempre in certi luoghi.

E quindi ci ritroviamo, oggigiorno, con una enorme area dismessa che è – anche – una bomba ecologica per chiunque volesse decidere di mettervi mano. Un bello scenario, no? Come spesso dico l’esplorazione urbana non è solo andarsene a spasso per villette residenziali a fotografare divani polverosi e quadri di vecchi antenati. Esplorazione urbana è anche denuncia, consapevolezza, obbligo morale e sociale. E’ alzare la voce, affinché quando l’onda emotiva di uno scandalo si esaurisce non vada dimenticato nulla.

2 pensieri riguardo “Archeologia industriale in Piemonte: lo zuccherificio di Spinetta Marengo

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