Abbandonàta, abbandònati. Questione di accenti.

In fondo di discorsi e di disquisizioni filosofiche se ne sono fatte tante, anzi io ne ho fatte tante e forse anche troppe – ma la verità sulla passione e sull’amore per i luoghi abbandonati si nasconde forse più nella psicologia che nella filosofia; e se si vogliono andare a cercare le reali motivazioni che mi spingono a andare a caccia di questi luoghi e a frequentarli, a raccontarli, bisogna spostare un attimino la lente d’ingrandimento dal ragionamento razionale a quelle che sono le risposte emotive.

La sedia vuota, per me personificazione della solitudine.

In parte discorso già affrontato, sebbene forse con un’altra chiave di lettura, spero oggi di potergli dare un taglio diverso che faccia ritrovare nelle mie parole alcuni dei miei lettori e possa far loro dire: “Oh, ecco, è così che mi sento anche io in effetti quando frequento un luogo abbandonato.”

Memorie chiuse a chiave.

Immersa nel luogo abbandonato mi sento completamente in pace – e questa è la prima sensazione di cui vorrei parlare. Forse pace non è in effetti la l’emozione o la sensazione che verrebbe in mente così, di primo acchito, a chiunque – soprattutto immaginandosi e contestualizzandosi in luoghi abbandonati che possono essere frequentati da persone delle più varie specie, possono nascondere pericoli di diverso genere, e in ogni caso vengono frequentati nella maggior parte dei casi all’insegna dell’illegalità e non della legalità.

Alcune solitudini dell’infanzia rimangono, pesanti come valigie mai disfatte.

Peraltro pace è un concetto che fa abbastanza a pugni ad una lettura superficiale con quelli che sono ambienti degradati, sporchi, polverosi, spesso semidistrutti – eppure è la prima parola che mi è venuta in mente parlando di abbandono. Ora, probabilmente la radice di questa pace interiore che io provo quando mi trovo in un luogo abbandonato affonda nel mio passato – e nel mio passato che cosa trovo? Trovo appunto abbandono: abbandono perché sono figlia di un padre assente, sono figlia di un padre che si è negato nella sua genitorialità in un certo senso, e senza entrare nel merito delle mie personali vicessitudini la parola abbandono mi ha quindi accompagnata sin da quando ero piccola.

A volte, i padri sono miti che cadono facilmente. Come un quadro appeso malamente al muro.

È un concetto, quello di abbandono, che mi ha sempre fatto compagnia – sebbene sia abbastanza ironico che l’abbandono possa fare compagnia a qualcuno; ma nell’immensa solitudine sperimentata a tratti nella mia infanzia io non trovo altro amico. E non è allora forse normale, alla luce di determinate esperienze che ciascuno di noi nasconde nel proprio passato e che ha – bene o male – dovuto affrontare e – bene o male – dovuto digerire, trovare l’armonia in territori che non sono quelli usuali per altre persone?

Abbandono è anche il vuoto, il bianco. La tabula rasa che vorremmo tornare ad essere.

Quando ci si trova quindi in un luogo abbandonato e ci si sia sentiti abbandonati, almeno una volta nella vita, si tesse una sorta di rimando biunivoco tra sé e il luogo medesimo: in questo senso il proprio io interiore si mescola a quello che è l’ambiente esterno annullando, o quantomeno rendendo meno divisorio, quello che è il confine naturale tra il sé e il fuori di sé – la pelle.

La pelle si sfoglia, come la carta da parati. Mostra e nasconde.

Questo intendo quando dico che l’abbandono di certi luoghi lo si sente sulla pelle e che la pelle la trapassa; non si limita a posarvisi sopra – mescolando quelle che sono state emozioni appartenenti ad altri tempi e ad altre versioni del sè con le attuali. In questo senso la polvere, il degrado, il disordine in realtà non sono più nemici – diventano amici perché sono qualcosa cui siamo stati in un certo senso abituati, nel nostro passato, non nel concreto ma nel metaforico: nel mondo emotivo nel quale abbiamo abitato.

Disordine: dentro o fuori lo specchio?

Una volta una persona importante mi ha raccontato una grande verità. Ognuno di noi, nella vita, si muove come un funambolo su una corda tesa. Da un lato il mondo con le sue gioie e soddisfazioni, il suo lato luminoso. Dall’altro il dark side of the moon, quale che sia per ognuno di noi, dove si nascondono i mostri, i fantasmi. La corda a volte oscilla. Può trattarsi di brezze leggere, che fanno solo ondeggiare la corda con dolcezza.

Casseforti. Non esistono solo quelle che si possono toccare.

A volte, si tratta di folate impetuose di vento; che obbligano alla paura, al terrore di poter cadere. E’ allora che i luoghi abbandonati sono utili, sono persino terapeutici – quando, abbandonàti, possiamo permettere di dirci: abbandònati. Lasciati cadere su questo vecchio divano polveroso, lasciati sommergere dal decadimento, dalla solitudine; piangila via, se così si può dire. Dai fiato a quei mostri e a quei fantasmi che vivono nel grigio – che vedere queste emozioni concretizzarsi, farsi materia, aiuta a guardarle in faccia… a capirle, a sentirle. E a volte, anche, a sconfiggerle.

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