La piccola Lourdes delle Alpi

Qualcuno la chiama Piccola Lourdes, perché nelle intenzioni avrebbe dovuto ricordare proprio il luogo di culto omonimo. Questa almeno è l’idea dell’architetto Chiappetta che, nel 1906, individua in Merate il luogo perfetto – a suo dire –  per la costruzione di un imponente luogo di culto capace di richiamare schiere di fedeli da tutta la regione: nasce così la Basilica della Santissima Immacolata. Oggi la vediamo stagliarsi oltre il muro di cinta, coperta dai rampicanti, diroccata e dimenticata – ma ancora splendida.

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Chi l’ha progettata è Spirito Maria Chiappetta, e non è uno qualunque: nato nel 1868 e laureatosi nel 1894 a Padova, è considerato un ingegnere ed architetto di rilievo specialmente in relazione all’arte sacra e gode, nel ventennio fascista, di particolare fama.  Nel 1924 la sua amicizia profonda con Papa Pio XI gli consente, mediante un permesso speciale del pontefice, di essere ordinato sacerdote – nonostante abbia ormai 56 anni. Insomma, da architetto diviene direttamente Monsignore… senza passare nemmeno dal seminario. Ma tant’è.

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Se è concesso dubitare di lui come religioso, sarebbe peccato dubitare delle sue competenze artistiche: ricopre anche per alcuni anni la carica di architetto della Santa Sede, presiedendo la Pontificia commissione centrale per l’arte sacra. Nelle numerose opere che realizza si ispira al neogotico transalpino, peraltro andando piuttosto controcorrente in anni in cui si preferiva richiamare il romanico – meno dispendioso, più lineare e solido nelle forme.

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Nonostante dunque il progetto della Santissima Immacolata porti una firma altisonante, i soldi finiscono prima che l’opera sia portata a termine: un leitmotif tutto italiano evidentemente in auge fin dall’inizio dello scorso secolo. Così la Basilica, rimasta sospesa per così dire a metà della sua costruzione, viene in parte convertita in oratorio – ed in effetti le sue aule e il suo teatro vengono utilizzate, con il nome di Oratorio San Luigi, per circa trent’anni.

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Dopo esser stata dunque un luogo di incontro vissuto dalla comunità, nel 1965 la Curia interrompe anche questo utilizzo e cede l’intera proprietà di circa 4000 metri quadrati al Comune di Merate. A questo punto, i meratesi la ricordano destinata a fungere da deposito e persino da canile. Del resto, i cani non sarebbero gli unici animali ad aver messo piede sotto la volta della Basilica: stando alla leggenda vi sarebbe entrato niente meno che un uomo a cavallo, episodio al seguito del quale la casa del Signore sarebbe stata sconsacrata.

La vera ed unica leggenda, in questa storia, è che prima o poi il Comune ristrutturi l’edificio e trovi i soldi per destinarlo ad un futuro migliore: non ci crede più nessuno. Non vogliamo incolpare le amministrazioni comunali, ma lo Stato; spesso i Comuni sono solo l’ultima ruota del carro e quand’anche seriamente interessati ad interventi simili si ritrovano con le mani legate e, soprattutto, con i borselli chiusi. 

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Luoghi come questa Basilica, ancora più della natura selvaggia, ci ricordano che l’uomo è solo un ospite che purtroppo non vive come tale. Edifica, accumula, non recupera ed abbandona. La natura lentamente si riprende questi relitti urbani, questi spazi che le sono stati rubati, ingoiando intere costruzioni nella gola profonda dei suoi rovi. E, tremenda vendetta dell’arte, i luoghi abbandonati ancora colpiscono forte con la loro bellezza e maestosità. È il fascino della decadenza, terreno fertile per l’ambivalenza emotiva: ne siamo attratti e respinti, contemporaneamente, oscilliamo come pendoli tra l’inquietudine che ci ispirano e la magia della loro scoperta.

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