Ci sono luoghi abbandonati nei quali la rovina sembra quasi decorativa. L’intonaco cade quasi poeticamente. Le finestre senza vetri incorniciano gli alberi. Le radici entrano nei pavimenti e producono quella riconquista lenta dell’architettura da parte della natura che abbiamo imparato a trovare bellissima. Mombello non è così. O, almeno, non è soltanto così.

Entrare nel perimetro dell’antico ospedale psichiatrico di Mombello significa attraversare una stratificazione molto più scomoda, perché qui non è rimasta soltanto la rovina di un’istituzione. Sono rimasti i residui di molte espulsioni successive. Prima i folli espulsi dalla società. Poi il manicomio stesso espulso dall’immaginario legale ed accettabile. Poi, dentro al già-abbandonato, altri uomini ai margini che per anni hanno abusivamente vissuto questi spazi. E infine i loro resti. È difficile se non impossibile pensare a Mombello senza partire da questa successione.

All’origine di tutto c’è una villa. Villa Pusterla-Crivelli ha una storia molto più antica dell’istituzione psichiatrica che finirà per inglobarla. Il Comune di Limbiate ne fa risalire il primo nucleo al XIV secolo; passata agli Arconati nel Cinquecento e successivamente ai Crivelli, all’inizio del Settecento viene trasformata in una residenza signorile con giardino all’italiana.

Nell’Ottocento il luogo era conosciuto anche come “villa di Napoleone”, per il soggiorno di Bonaparte durante la campagna d’Italia. Poi la destinazione d’uso cambia radicalmente. Nel 1865 una legge attribuisce alle Province il mantenimento dei cosiddetti “mentecatti poveri” e la responsabilità delle strutture destinate alla loro custodia e cura. Milano ha già il proprio manicomio, la Senavra. Ma è sovraffollato. La Provincia acquista Villa Pusterla e nel 1866 vi apre una succursale destinata inizialmente ai malati cronici provenienti dalla Senavra. Nel 1878 Mombello viene trasformato nel manicomio unico della Provincia di Milano. Rimarrà tale fino al 1939, quando entrerà in funzione anche l’ospedale psichiatrico di Affori.

Da quel momento la villa non basta più. Intorno ad essa cresce una città. Una città separata dalla città. Padiglioni, viali, laboratori, spazi agricoli, strutture sanitarie e amministrative trasformano progressivamente Mombello in uno dei maggiori complessi psichiatrici italiani. Negli anni Trenta arriverà ad accogliere circa 3.600 ricoverati. La dimensione è importante, ma lo è ancora di più la logica spaziale. Mombello viene costruito fuori.
Fuori da Milano.
Fuori dalla vita ordinaria.
Fuori dallo sguardo.

La collocazione nel verde rispondeva anche alle teorie terapeutiche del tempo: il lavoro, in particolare quello agricolo, era considerato parte della cura. Ma osservato con gli occhi di oggi quel paesaggio racconta inevitabilmente anche qualcos’altro. Per occuparsi della follia, la società aveva costruito un altro mondo: la città degli esclusi. È forse questo l’aspetto che rende Mombello diverso da molti altri luoghi abbandonati. Un manicomio nasce invece dalla necessità di stabilire un confine… ma qui, ad oggi, la labilità proprio dei confini stessi è ormai la cifra del luogo.

Mombello era un universo sufficientemente grande da funzionare quasi autonomamente. E dentro quell’universo migliaia di esistenze hanno trascorso periodi brevissimi oppure intere porzioni della propria vita. Dell’ospedale rimane un archivio immenso. Il fondo dell’Ospedale psichiatrico Giuseppe Antonini comprende più di ottantatremila fascicoli, oltre mille buste e centinaia di registri. Le carte coprono un arco cronologico che arriva fino al 1999. Ottantatremila fascicoli. È un numero quasi impossibile da trasformare in persone. Eppure dietro ciascuna cartella esisteva un individuo che un giorno aveva oltrepassato il confine.
Da fuori a dentro.

La legge 180 del 1978 segna la svolta che porterà al superamento dell’istituzione manicomiale. Ma i manicomi non scompaiono nel momento in cui una legge ne decreta la fine… Le istituzioni hanno una lunga agonia – e l’ho già vista e documentata a Vercelli, solo per citare un esempio. Restano reparti, persone che non possono semplicemente essere rimandate a casa, funzioni sanitarie che vengono trasformate, archivi da trasferire, edifici che perdono progressivamente la propria destinazione. La documentazione dell’ospedale Antonini arriva infatti fino al 1999.
È una data importante proprio perché impedisce una rappresentazione troppo semplice: un cancello che si chiude nel 1978 e, dall’altra parte, improvvisamente il vuoto. Non avvenne questo… anzi: il vuoto, in realtà, non arrivò mai. Questa è probabilmente una delle illusioni fondamentali attraverso cui guardiamo le rovine contemporanee. Pensiamo che l’abbandono significhi assenza. Non significa assenza.
Significa assenza di controllo.

A un certo punto qualcuno è tornato ad abitare alcuni di questi spazi. Non più pazienti. Persone senza una casa stabile, migranti, individui che per periodi più o meno lunghi hanno utilizzato edifici ormai sottratti alla loro funzione originaria. Quello che rimane non è una biografia… è una stratigrafia del rifiuto, che consente una ricerca quasi “archeologica”. Qui ho potuto percepire chiaramente una funzione umana ridotta quasi ai suoi elementi fondamentali.
Dormire.
Mangiare.
Scaldarsi.
Lavarsi quando è possibile.
Defecare.
Conservare qualcosa.
Difendersi dal freddo.

Ci sono giacigli costruiti con ciò che era disponibile. Materassi. Coperte. Materiali isolanti recuperati. Resti di confezioni alimentari. Bottiglie. Sacchetti. Oggetti provenienti dal mondo esterno e trascinati dentro. Carrelli della spesa, zaini, abiti, stoviglie, scarpe, ciabatte. Soprattutto: bottiglie di alcolici vote. In alcune stanze non si riesce letteralmente ad entrare per la montagna di rifiuti che ci si ritrova dinanzi. Ed è davanti a questi oggetti che Mombello smette definitivamente di essere “un manicomio abbandonato”.
Diventa qualcos’altro: lo spurgo dello spurgo.
La nostra società produce continuamente uno scarto. Produce oggetti che non servono più, edifici che non hanno più funzione, persone che faticano a trovare un posto all’interno dei suoi meccanismi. Mombello sembra aver raccolto tutto questo in successione. Il manicomio era già, nella sua forma storica, uno spazio di separazione. E proprio dentro questo già-margine trovano poi riparo altre marginalità. Lo scarto che abita lo scarto – per quanto dura possa essere, anche solo da leggere, questa espressione.

È facile fotografare Mombello cercando la bellezza della rovina, più difficile fermarsi dinanzi ad un orinatoio improvvisato. Perchè lì l’estetica dell’abbandono si interrompe – una scatoletta di tonno vuota è ancora presente, non è Storia. E ci riguarda molto più direttamente e molto più da vicino. Anzi, più che ci riguarda oserei dire che ci guarda proprio: e ci interroga. Le risposte le abbiamo?
Non stiamo osservando i resti di una civiltà scomparsa. Stiamo osservando ciò che cade dal bordo della nostra.

Visitare un luogo simile non significa diventare per qualche ora una delle persone che vi hanno vissuto. Sarebbe una pretesa ingenua e, probabilmente, offensiva. Noi possiamo andarcene. Questa differenza non deve mai essere dimenticata. E tuttavia esiste qualcosa nell’esperienza fisica del luogo che nessun documento può sostituire – quel qualcosa è ciò che mi accade dentro quando scelgo, anche solo per qualche ora, di stare dalla parte sbagliata del confine.

Questa esposizione produce un effetto particolare: il margine diventa visibile. Forse è questa una delle ragioni profonde per cui i luoghi abbandonati esercitano una fascinazione così potente. Non perché siano vuoti. Ma perché sono pieni di ciò che altrove viene nascosto. La sensazione, uscendo, è quella di avere attraversato una sezione geologica della nostra idea di normalità. In fondo Mombello racconta da più di centocinquant’anni la stessa storia.
Cambiano le persone.
Cambiano le istituzioni.
Cambiano le parole con cui definiamo chi rimane fuori.
Ma continua a esistere un dentro e continua a esistere un fuori.
Che cosa abbiamo bisogno di tenere fuori, oggi, per poter continuare a considerarci dentro?
