“Ho passato con lui tutta la vita, stava con me anche quando non c’era… nella mia testa io dormivo con lui e con lui mi svegliavo la mattina. Tutti questi anni non ho mai cessato di amarlo, è stata una cosa bella ma insopportabile. Gli amori impossibili non finiscono mai, sono quelli che durano per sempre.” Così recita la spettacolare Ilaria Occhini nella pellicola Mine Vaganti del regista Ozpetek, uscita nel 2010. La bellissima sequenza iniziale del film è girata in esterni ed interni di una masseria meravigliosa: terra rossa, terra di sud, terra di Salento.

Nessuno, avendo potuto ammirarne la bellezza nelle scene del film, penserebbe che un luogo simile possa essere abbandonato. Ci si immaginerebbe uno di quei luoghi salentini oggetto di recuperi storico-architettonici attenti, destinati probabilmente a fruizione turistica. Invece. Invece la Masseria Cippano, sita nelle assolate campagne intorno ad Otranto, rimane silente in attesa. Per avvicinarsi non vi sono strade – strade percorribili da automobili. Vecchi muretti a secco costeggiano la stradina sterrata che s’inoltra tra stoppie annerite, bruciate da un incendio recente. L’unico suono è lo sbattere d’ali dei colombi, disturbati dai nostri passi mentre ci avviciniamo.

La struttura è imponente: i suoi 15 metri di altezza si rivelano tutti, soprattutto colpisce immediatamente la scala, apprezzabilissima anche nel film. Fortemente esposta, è l’unico accesso agli ambienti superiori della masseria. Ad ogni passo, ad ogni scalino, si mescolano colori ed atmosfere della meravigliosa pellicola di Ozpetek con istantanee di destini tutti italiani – destini di persone, destini di luoghi. Luoghi emarginati che meriterebbero un futuro altro.

La masseria Cippano non è, solamente, una delle tante masserie salentine: è uno dei migliori esempi di masseria fortificata. Risale al XV secolo come struttura originaria, proprietari ne erano i Marchesi di Casamassella. Dalla finestra del primo ambiente superiore si vede il mare, stagliata contro l’orizzonte la Torre d’avvistamento Sant’Emiliano. Non un caso: la funzione era primariamente d’avvistamento, nell’epoca del terrore delle invasioni turche.

La struttura era simile ad un piccolo castello fortificato: in caso di attacco, ambienti destinati alle scorte di cibo e cisterne e canali per la gestione idrica interna avrebbero permesso la sopravvivenza di un piccolo numero di persone per diversi giorni. La sorpresa più bella ci aspetta nel secondo ambiente del piano superiore, nella cui parete si possono apprezzare tantissime celle per… colombi.

E proprio loro al nostro ingresso ci circondano, svolazzano, si agitano; per poi tornare nei propri nidi nelle cellette una volta compreso che non siamo un pericolo. I colombi vi erano ospitati sia per la loro importante funzione di messaggeri in caso di attacco, sia per la produzione di fertilizzante dai loro escrementi. La struttura architettonica non è priva di qualche pretesa esclusivamente estetica: gli scolatoi per l’acqua a forma di cannone, una falsa guardia sul retro.

E la forma medesima della scala, architettonicamente giustificata ma sicuramente animata anche da un’intenzione estetica elegante, slanciata. Quando venne meno la funzione difensiva si pensò a completare l’ensemble anche con una chiesetta, intorno al ‘700. E’ ancora visibile, arrivando alla masseria, sulla destra; proprio di fronte ad una bellissima cisterna ipogea ormai invasa totalmente dalla vegetazione.

All’interno degli ambienti al piano inferiore la fanno da padrone i grandi camini, contendendosi lo spazio con gli escrementi di animali selvatici e non. Visibile qualche non troppo vecchio intervento di messa in sicurezza; per il resto non una porta, non un cancello, non un divieto. Non un’indicazione. Ah no, ad essere sinceri una segnaletica c’è: attenzione, attraversamento greggi.

Un gioiello di storia che se ne sta così, nascosto proprio dietro il suo essere palesemente sotto gli occhi di tutti – e da tutti ignorato. Luogo del cuore del FAI censito, neanche a dirlo, con 21 voti – 21 signori miei; fate il conto dei vostri parenti ed avrete già messo insieme un così ben nutrito gruppo. Intanto la Cippano rimane nel silenzio della campagna, a sciogliersi sotto al sole feroce di un’estate italiana, italiana com’è italiano il vizio di aver così tanta bellezza sotto al naso da non saperci far più caso.

Sembra sciocco scandalizzarsi ogni volta, ancora, l’ennesima – davanti alla bellezza in disfacimento. Si direbbe quasi che dovremmo, oramai, essere abituati. Ma mai s’abitua colui nel cui cuore alberga la passione… e forse anche questo nostro raccontarvela, come l’amore di Ilaria Occhini nel film, è un amore impossibile.
